Le Puokemed a Paris: tre hamburger che spaccano e cocc’ata cosa ‘e sfizio a Parigi

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Parigi è bella assai, se tieni i meglio soldi. Accussì ti pigli i taxi, non ti fai venire la peste bubbonica ai piedi jastemmando le fermate della metro che foss o dio steven na vota vicino al posto in cui dovevo andare, e magari ti mangi pure qualche piatto francese ammostro e non quell’unica chiavica turistica che trovi a prezzi da cristiani. Ma a parte questo é bella, arte a murì, giardini con la pala, posti meravigliosi, che magari te li aspettavi ancora più belli per poi capire che i direttori della fotografia dei film su Parigi sono i meglio direttori della fotografia dell’universo e che magari per goderti i presupposti devi girare in slow motion, con le lenti coi filtri di Instagram, con la femmina sotto al braccetto e la colonna sonora di Amelie nelle orecchie. Ma nfa niente, mè piaciuta ‘o stesso ed, evitando di farmi i selfie con quei càzzo di croque monsieur da autogrill e quelle crepes ro spital che stavano dappertutto, io e la mia femmina sotto al braccetto abbiamo addirittura mangiato alla grande. Francese? Comsì comsà. Questa è la storia di quando a Parigi ho mangiato 3 grandi hamburger e cocc’ata cusarella ‘e sfizio.

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No, questa è un’altra storia.

Avevo chiesto sulla pagina i meglio suggerimenti. E devo dì la verità ci avete salvato il culo anche stavolta. Prima tappa, dietro Notre Dame, un gran bel gelato, quello di Berthillon, un mastro gelataio storico che ha svoltato meglio dei franchising vendendo il suo gelato a un cuofono di negozi nella stessa zona. Infatti lui stava chiuso proprio in quella semmana ma menumal che a 500 metri ci stava Esterina, una che della vita ha capito tutto. Un buco di 1 metro quadro, un bancone frigo che manco quello dell’Algida del ’78, na quindicina di gelati di Berthillon, un coso per fare le palline di gelato, coni artigianali quanto basta e la fila sempre la fuori, che te pure movere che chiude presto e annanz a te col fare di chi tiene ‘o che ffare. Ma oh, il gelato di Berthillon è davvero buono. Quando mi ha piazzato quelle tre palline nel cono ho detto: “bah! stu gelato pare che me l’ha fatto cu paint”. E invece, in quelle tre palline ci ho trovato un’anima. Gusti a frutta, ammostro proprio, su tutti quello a frutto della passione e soprattutto melone, me pareva ‘e me magnà il succo concentrato di tre o quattro cantalupo in un’unica pallina. Brav Berthillon.

Seconda tappa, na pizzeria. Na pizzeria napoletana a Parigi. Pizzaiolo super napoletano, Gennaro Nasti. Uno che si è fatto un pò il giro del mondo e poi ha trovato la sua casa nel cuore di Parigi, primo arrondissement, pizzeria La famiglia di Rebellato. Gennaro è bravo, fa un grande impasto e anche se è costretto ad usare il forno a gas riesce a sfornare delle gran belle pizze che anche a Napoli non sfigurerebbero. Se il proprietario della pizzeria starà a sentirlo sui prodotti da utilizzare, farà parlare di se anche a millemila chilometri da Napoli, pecchè quando gli ingredienti erano quelli scelti da lui la sua pizza è stata un vero miracolo napoletano a Parigi. Pecchè o croque monsieur surgelato col formaggio e l’emmeddì to magn semp tu.

Terza tappa, alla ricerca di un mito. Un mito all’interno di un mercato. Un mercato all’interno di non ricordo manco più dove, mi ricordo solo che per trovarlo ciamma mis n’oretta e mezza. Ma ne è valsa la pena. All’interno de Le Marché des Enfants Rouges, tra un fottìo di altre diavolerie street food concetrate in pochi metri quadri, spicca lui: Chez Allain, un mito, un poeta, un artista. Tavolozza e pennello? No, crepes e coltello. Vederlo lavorare è emozionante, te ne stai la e lo fissi come un bambino. Lui ti intrattiene quasi come un prestigiatore. Prende una crepes e inizia lo show. Talmente invitante che non so come ha fatto ma fine io, che sono stato svezzato sicuramente a una braciata, ho ordinato quella stessa crepes vegetariana che avevo visto appena fare. Insalata, funghi crudi e carote a pioggia, una spolverata di sesamo, avocado tagliato al momento, un formaggio cremoso spaziale, limone grattuggiato a volo e il suo profumo inebriante, e infine il miele. Chez Allain la prepara danzando, tra una battuta e l’altra, e quando dai il primo morso a quella crepes ti metti in pace col mondo e capisci che quello che hai appena visto e che ti sembrava una mera messa in scena, era invece la stesura di un sinfonia. Stupefacente, overament.

E finalmente arriviamo ai tre hamburger. E chi se lo aspettava che a Parigi avrei trovato tre perle del genere. Livello altissimo, stile, combinazioni di ingredienti e cura del panino dalla A alla Z. Bravì.

Le Camion Qui Fume

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Le Camion Qui Fume è una capata pazzesca. È un food truck, nu camiuncino che spacca per le vie di Parigi servendo grandi hamburger in stile americano e dal gusto europeo. Ideato dalla cuoca americana e parigina di adozione Kristin Frederick, oggi Le Camion Qui Fume vanta ben cinque foodtruck in giro per Parigi, seguiti con passione dai clienti che seguono sui social gli spostamenti settimanali dei furgoncini. E dove stanno stanno c’è sempre gente, tutti in fila in attesa che il “càmion che fuma” sforni il loro gustosisimo panino. Carne davvero saporita e cotta da dio, il pane un bun coi controcazzi, formaggi veri e una gran bella mano tra contorni e salse nel raggiungimento dell’umami burgeriano. Che praticamente vuol dire quando con un pò di carne macinata, na cipolla e nu poco e bacon, ti viene il paradiso in bocca. Grandi.

(e se in quel giorno in cui andrete a trovarli, il furgoncino sosta a MK2 – Bibliothèque : 132 Avenue de France, 75013 Paris fatevi anche un giro al foodtruck Brigade che sosta nella stessa piazza. Patate fresche e tagliate. Di manzo, anatra e pollo. Anatra super, Duck Food Porn)

Schwartz’s

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Sicuramente il meno buono dei tre, ma anche qui il livello è alto. Famosissimi soprattutto per il loro pastrami, da Schwartz’s vedi girare hamburger enormi. Quasi tre dita di hamburger serviti a panino aperto. Sarà per questo che io e la femmina a braccetto ci siamo sentiti un poco alieni quando al centro di una tavolata “sociale” tutti tutti tutti facevano le queen elizabeth e mangiavano quel paninone bestiale con coltello e forchetta mentre io e soprattutto lei ci facevamo spazio e sgomitavamo per mangiare il nostro burger come un sacrosanto burger merita, che man. Pane croccante, carne forse leggermente meno saporita, ottimi gli altri ingredienti, su tutti l’anatra a mò di bacon e la cotoletta super crispy ordinata alla donna a braccetto. Devastante, energia pura per ricaricare le pile. To ddà.

Blend

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Forse il migliore dei tre. Ne ho mangiati due, ma ancora devo capire se è perchè erano troppo piccoli o erano troppo dannatamente buoni. Nu poco ‘e chest e nu poco ‘e chell, detto in francese. Anche Blend, come gli altri due, ha più punti a Parigi e manco a dirlo me so fatto nata scampagnata alla ricerca del primissimo nato. Un locale minuscolo, pochissimi posti a sedere e classe da vendere. Lo capisci dal menù superiore alla media, dalla qualità della carne che era ‘nu burro, dalla qualità del pane che lo vedi e ti pare scemo scemo e poi ti chiedi quale pataterno di panettiere lo ha fatto, dalla originalità degli accostamenti. Penso di aver seriamente goduto, anche con un panino si può, e chi ancora pensa il contrario un gran bel “vatfanculè, scè” che in italiano vuol dire: “hai mai provato quello di Blend?”

E mo che vi ho raccontato la mia dieta parigina vi devo lascià con un aneddoto. Per questo viaggio avevo delegato un amico per le prenotazioni di tutto, dato che lui nel tempo libero fa le prenotazioni di tutto. Comunque arriviamo in albergo e il portiere mezzo indiano mezzo ziopaperone ci da le chiavi e prima di salire ci chiede se vogliamo fa colazione. Era mezzogiorno e non è che li per li avevo capito assai. Il giorno dopo io e la ragazza a braccetto ci scetiamo e andiamo dritti a fare colazione arronzando il portiere con un bonjour a volo a volo, e lui non sembra dispiaciuto. Entriamo nella sala colazione e ci gasiamo malament. Cornetti con la pala, creme di ogni cosa, bibite calde e fredde a murì, toast, toastapane, salumi, bacon, sasicce, uova strapazzate, baguette. Ci facciamo come i porchi raggiungendo in mezz’ora il fabbisogno dell’Africa. “Ua Tere ‘o mostro, mo sai che facimm, domani però, oggi no, domani ci facimm ‘e marenne con le baguette e ce le portiamo appresso, ‘o funnnamm all’albergo”. “Sisi, bravo” e ci incamminiamo per ritornare in stanza, sempre ripassando dall’amico nostro. Che però tutto preoccupato piglia e mi ferma e fa: “Money money money“. E mo chist che bo che ho pagato tutto in anticipo? “Voi pagare!” Ma scusa che cosss? “Pagare, money money, colazione”. Scusa ma non tenevo la colazione inclusa ‘o zi? “No-no-no-noo, pagare, money money, you no avere colazione. Look look”. Ua, over fai? And how much? “Two breakfast, monsieur, eighteen euros”. Commmm eraaa? Abbuffammc, guarda ca quanta robb, bell Terè riman ce facimm ‘e marenne, domani però non oggi che pare brutto ‘o primm juorn”. 18 euro, Money Money Money, e l’amico mio che ha prenotato adda ancora abbuscà, afancul ahahahhahaha.

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Egidio Cerrone

Testo e Foto sono proprietà di “Le avventure culinarie di Puok e Med”.
Copyright © 2015. Tutti i diritti riservati.

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