Le avventuve culinavie di Puok e Med: MILANO

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Qualche giorno fa avevo chiesto ai fan del blog cosa poteva mangiare un napoletano che si ferma a Milano per un solo giorno, che la mia ragazza mi ci ha portato bellina bellina. Bell’, mi ha risposto un bel gruppetto di gente, io ho segnato volentieri, e molte cose erano incastrabili alla grande con l’itinerario. Comunque, aereo la mattina, arriviamo a Malpensa, treno per Milano centro, precisamente Milano Cadorna, parco del Sempione, Castello Sforzesco, 280000 ragazzi di colore che ti appoiano i braccialetti della fortuna sul braccio, ti abbuffano di complimenti la fidanzata e ti dicono cà te spusà ambress perché siete trobbo belli; mò la mia ragazza è bella overamente, ma dopo due minuti il tipo stava dicendo la stessa cosa a n’altra coppia in cui la ragazza nunn’era bella overamente, ca nappoc gli diceva “oh ma vuo’ sfottere?”. Comunque stavo da un’ora a Milano e già tenevo il polso multicolor e tre euro mancanti, di cui alla seconda botta, erano due di loro, gli ho dato due euro “spartitavill”, e lo stesso friariello che prima “no fa niente no soldi, viva la vita, viva l’amore, siete belli”, mo se ne usciva con “eddai, dai, dai un euro bure a lui”. Avevo appena capito che quei gentilissimi ragazzi di colore erano venditori di cazettini napoletani camuffati, e che nun poteva mai essere che un napoletano jev a Milano pe’ se fa mettere a supposta con dolcezza. Mè magnav chilli tre euro, al primo posto che mi hanno consigliato. Andiamo verso il Duomo e lo troviamo. Vi sembrerà strano, ma mi hanno suggerito un carrettino siciliano. Cannoli, arancini e quant’altro. Si chiama DOLCEZZE SICILIANE. Ore 10. Prendiamo un arancino grosso quanto la capa mia, al ragù, 3 euro. Lo avrei preferito leggermente più caldo e meno insevato alla base, però era bello saporito, con lo zafferano (domanda da cento milioni sempre col mignolo alla bocca come dottor male di austin powers: ma nell’arancino siciliano originale, si mette lo zafferano? l’altra sera mia suocera e mia cognata si stavano scannando per questa cosa, per poi riappacificarsi parlando di eredità aahahha niover ma rende bene l’idea). Mo oì, chilli tre euro e braccialetti assaggiavo pure l’arancino prosciutto e formaggio, o nu bellu cannolo. Comunque il carrettino è checacchio assai, ma mis allegria ed energia per la giornata. Arriviamo al Duomo, che sincero mi piace troppo assai. Tutte quelle guglie con le statue che guardano tutto dall’alto quasi fossero sospesi in aria, poi quei finestroni fantastici all’interno co quei colori bellissimi. Se volevi fa le foto dovevi valorizzarle, e pagare 2 euro per il braccialetto. Pffff lo stavo facendo, poi ho pensato agli amici dei braccialetti, abbuò me magn sti due euro, tanto la foto l’ho fatta lo stesso. Usciamo, e ja, vieni a Milano, e non te la vedi dalle terrazze del Duomo? 12 euro con l’ascensore e 7 euro con le scale. Guardo il polso e i braccialetti colorati, 7 euro, a piedi su su. Marò, 3000 scalini a spirale che quando ci acchiappavamo io e n’altro chiatto, ci guardavamo in faccia e si sentiva Morricone di sottofondo, il fruscio delle balle di fieno e lo sperone di Clint Eastwood. Salgo salgo salgo, a trequarti mè venuta l’ansia, non perché ero stanco (si, ero stanco), ma perché non vedevo mai la fine. Poi la fine la vedo, e uagliu, mi so arrigriato da lassù. Un po’ di foto, un po’ di coccole, un po’ di sfottò a certi tipi strani, a colazione solo un arancino, e ora? Non ci vediamo più dalla fame. Scendiamo, dove andiamo? Ah, ci hanno consigliato Luini. Lo cerchiamo, passiamo per una via piena ma piena ma piena di negozi, tipo quegli outlet all’aperto dove a differenza degli outlet all’aperto sono all’aperto ma non sono outlet. Per capirci, Zara, che in tutta Italia sta jettat’ nei peggiori centri commerciali, lì pare un salone di bellezza. Comunque passeggiamo nda sta via bella, e Luini non lo troviamo. Chiediamo a una, lo sa, ma ci dice na strada pe nat. Chiediamo a n’altra, lo sa e ci fa tornare indietro. E allo mi metto a chiedere ogni 20 metri e alla fine troviamo LUINI. E’ un piccolo forno dal 1886, ed è famoso per i panzerotti, che non so i nostri crocchè con la A di pAtana, ma praticamente sò i loro calzoni fritti, con un impasto più dolciastro-frolloso (marò finalmente amma capit’ che cacchio voleva dire Barbieri a master chef quando nella puntata a Napoli azzeccava iss e i panzerotti, mentre salvatore noveotto pensava “ma ch’ sta ricenn stu cusariell?”). Arriviamo e mamma mia, nda nu vicariello, due entrate, 50 metri di fila a destra, 50 metri di fila a sinistra. Uà e c’annà essere sti panzerotti? Né possibile che me ne vado da Milano e non li ho provati. Mi metto in fila. Faccio due foto. Tengono i buttafuori, un forno del 1886, coi buttafuori, che “nono foto”, sisi certo. Venti minuti in fila e finalmente piglio sti panzerotti, ne prendo tre perché se so troppo buoni poi dopo chi cazz’ sa fa n’altra fila. Uno mozzarella e pomodoro, uno mozzarella e cotto, uno integrale mozzarella e zucchine. Allò l’aspetto lo si può vedere, sembra uguale a una di quelle pizze fritte brutte che si trovano nei peggiori bar napoletani affianco alle parigine con la muffa. Invece, secondo me, erano abbastanza buoni, pieni di mozzarella e restappresso. L’impasto era leggermente unto, e lo si sentiva. La mia ragazza li ha odiati dal principio, non le so proprio piaciuti e mi ha pigliato pure pe culo. “Egi prova a non bere dopo averli mangiati”. Hai ragione Tere tengo le labbra che nappoc ciò il labello, dammi l’acqua. Nonostante ciò, non erano male, l’impasto era soffice e il ripieno saporito e abbondante, però ja, se la Masardona stava allo stesso posto la gente iniziava a fare la fila da Pavia; ogni panzerotto sta 2,60 ed è piccolino, vuò mettere nu bellu battilocchio ra Masardona a 2 euro ca va annanz’ o rè? E poi la pizza della Masardona na volta entrata in corpo le dici addio. Sti panzerotti, vuò ca tutte e tre li ho mangiati quasi tutti io, sannà mis ngopp o stomaco fino al pomeriggio. Me l’aggia purtat a spasso per Milano. Ok, di fronte a Luini ci sta n’altro posto che mi hanno suggerito, si chiama CIOCCOLATI ITALIANI, tutta roba di cioccolata e gelati. Gelati, tutti sti milanesi che il 25 gennaio si abboffano di gelato, e che ci tengono. Entriamo, la mia bella intossicata dai panzerotti si vuole rifare. All’entrata vedo delle belle brioche che te le abboffi di qualche bella crema e ti arrigrei. Terè pigliatell !! “Nono, voglio la cioccolata calda”, e vabbuò cioccolata calda. Coi pistacchi, anche se le avevo detto che le nocciole andava sul sicuro. “Buongiorno, una cioccolata calda coi pistacchi”. Prego, sono 5 euro. Là me so sentut come John Travolta in Pulp Fiction e mi sono interrogato con fare aristotelico su come possa mai essere una cioccolata da 5 euro. Magari in vetro, magari con quale decorazione, na cremina, nu bignè, nu brillante come puntino sulla I di cioccolati Italiani. Comm’, nel bicchiere a cartoncino, due pistacchi dentro che appena li ha messi s’anna ammusciat. E vabbè, se appendevi cucchiaino e pistacchi e te la bevevi a sorsi era pure buona, poi però ti rendevi conto che ogni sorso erano un euro e cinquanta e allo pensavi nata vota agli amici dei braccialetti. Ritorniamo sulla via quella bella di Zara chic, entriamo da Kiko perché Kiko è nato a Milano e se non entravamo almeno in uno dei duecentosessantotto Kiko di Milano la mia ragazza avrebbe visto il fantasma di Clio tutta la giornata che le tuzzuliava la schiena coi bracciotti tozzi tozzi. Finisce il vialone e ci incamminiamo per via Montenapoleone. All’inizio sbagliamo strada e stavamo arrivando in periferia, tantèvvero che erano finiti gli amici coi braccialetti. Torniamo indietro e ingarriamo la strada. Ahahahhahahahahahah. Ma che tipi. Una pelliccia ogni due vecchiette, luis vuitton pieno di cinesi coi miliardi, ferrari parcheggiata ngopp o marciapiedi e addirittura una con la multa che quando torna il proprietario la piglia si mette a fà l’aereoplanino di carta. E come ho pariato a passeggiare con la borsa dell’eastpack e il pantalone a vita bassa davanti a due signore con la evve moscia e le paparelle, e col cellulare collegato a skype per far vedere alla mia migliore amica le signore di plastica della milanobbbene, che co tutti i soldi che tengono si vestono così male che enzo miccio sannasconn’ sotto il letto. Comunque, dopo st’overdose di botulino, ci incamminiamo che dobbiamo torna a casa. Dobbiamo prende il treno alla stazione centrale. Chiediamo a uno, un quarto d’ora. Dopo un quarto d’ora, chiediamo a n’altro, mezz’ora. Dopo mezz’ora chiediamo a n’altro, “eh ma da qui è lunga, non so te a che passo vai, ma pedalare né, ce la fai”. A me però mi era rimasta ngann’ una cosa: na tipa mi aveva consigliato la MORTADELLA DI FEGATO (sinceramente non so manco se è di Milano, perché so che è piemontese, però mo m’ero incapato e la volevo). E ve lo giuro, tutta la giornata ho buttato un occhio per le vie di Milano, ma non ho trovato una cazzo di salumeria. Dopo ottantottomiglia, ci facciamo corso Venezia e arrivamm’ addirittura a sorpresa a corso Buenos Aires che volevamo vede ma lo avevamo accantonato per il tempo e perché sinceramente nun sapevamo addò stava. E invece era sulla via per la stazione, e udite udite, ci stava nu minimarket!!! Entriamo e? Niente salumeria. Vabbè ci rinunciamo, e continuamo. E ualà, ammacchiato dentro all’Upim, un supermercato segretissimo. Entriamo. Ci sta una salumeria co dentro addirittura un salumiere. Li fate i panini farciti? “No, noi qui non lo farziamo, se vuoi mi dai la busta coi panini e te li posso tagliave”. Vabbè, 100 gr. di mortadella di fegato, evvai l’aggia truvat, e 100 gr. di cotto. Gli chiedo come mai per tutta Milano centro non esiste manco una salumeria, e lui con fare splendido “salumeria a Milano è difficile, al massimo nei paisini”. Eeeeeee, buffò! Usciamo dal bunker alimenti milanese e ci incamminiamo. Subito si vede che corso Buenos Aires è n’altra Milano. Qualche murales, qualche cartusciella a terra, e man mano che arrivavamo alla stazione gli amici dei braccialetti iniziavano a vendere altre cose. Un po’ come quando ti avvii per corso Umberto e arrivi a piazza Garibaldi. Te ne accorgi dal ritmo col quale aumentano i kebbabbari per km quadrato. Ahhhh, arriviamo alla stazione sfiniti. Prima di farci le marenne, dobbiamo anda in bagno. A parte il fatto che le indicazioni per il bagno erano un morire, iniziavano tipo a Capodimonte come quelle di Starita a Materdei. Poi, uno sà si aspetta pure la signora col fucile che non ti fa entra in bagno se non le dai qualcosa a piacere. No, a Milano sta il tornello, o metti l’euro o ti pisci sotto. Ahhhh, finalmente ci sediamo e ci facciamo le marenne. Tutti e 100 i gr. di mortadella di fegato in un piccolo panino. Uà, tra arancini, panzerotti e cioccolat’, vai verenn’ è cu’ na MARENNA ca’ m’aggia arrigriat ♥

Alla prossima, se ti è piaciuta questa nuova avventura scopri tutto il mondo #puokemed su:
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Egidio Cerrone

Testo e Foto sono proprietà di “Le avventure culinarie di Puok e Med”.
Copyright © 2014. Tutti i diritti riservati.

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