Ricordi e Pillole

Le avventure culinarie di Puok e Med | VORREI AVERE 10 ANNI E IL POLLO CON LE PATATE DI MIA NONNA
CVORREIedited

È un paio di giorni che vorrei avere 10 anni. Sempre il 25 giugno, ma del ’98. Vorrei svegliarmi dolcemente, senza pensieri, senza doveri se non quello di passare dalla nonna giù a darle il buongiorno prima di prendere a calci un supersantos, farsi come la merda col grasso delle marmitte e ridere con una lacrima nascosta all’ennesima sbucciatura. Oppure potrebbe essere uno di quei giorni in cui sempre col supersantos io e mio fratello distruggevamo le tapparelle del balcone dell’altra nonna, quello stesso balcone in cui per anni ho aspettato impaziente l’arrivo del trerrote con le bandiere e il pentolone, il trerrote delle spighe. Oggi vorrei rivivere uno di quei giorni, e l’unico modo che conosco per viaggiare nel tempo è attraverso il cibo. Vorrei andare dalla nonna con le tapparelle, dirle che per l’ennesima volta vorrei il suo pollo con le patate, vorrei rivederla prendere i soldi da quel borsellino con la chiusura a clap, e sentirle dire : “tie, digli al macellaio che ti deve dare due belle cosce americane, le patate le tengo già”. Ero felicissimo e ci andavo di corsa. Tornavo dalla spesa e lei già stava tagliando le patate, a stecche grosse, irregolari, bellissime. Un pò di cipolla e na bella mano di pepe e olio, e poi dritto nel forno col pollo appena comprato. Da lì in poi quell’oretta di desiderio, quel profumo indimenticabile, e io che nascondevo una forchetta per andare ad appizzare na decina di patate a diversa cottura. E la goduria a tavola, la cosciona piena di pelle croccante, il piatto pieno di patate e alla fine a staccare quelle croccantissime rimaste attaccate al ruoto di rame. Ieri, in questo mare di ricordi, ci son rimasto sotto, pensiero fisso tutto il giorno, son tornato a casa con la voglia di mangiare nel ’98. Ho confessato a mamma la voglia improvvisa anche se ieri sera non mi poteva accontentare, e lei ha ripiegato col mio piatto dell’infanzia, i tubettoni ‘ca pelata, quelli che mangiavo tra Lupin e il primo Dragonball. Ma stasera, mommo’, proprio mentre vi scrivo si inizia a sentire un odorino, nel forno ce sta un ruoto di rame, ce sta ‘o pullo che patane ♥ 

 

Le avventure culinarie di Puok e Med | BROTINO DI MERDA DI BAVARIA
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E chi se li scorda quei cinque giorni in Germania con la scuola. Ricordo benissimo quando arrivammo. Stanchi dopo un viaggio massacrante in treno in cui fuori c’era la neve e dentro l’inferno fatto di scricciolanti letti a castello e copertine di carta vetrata, andammo subito in un posto bellissimo, l’Hofbräuhaus. ‘Na birreria che è na cattedrale co tutte le navate. Dentro ‘na cinquantina di ciacione bavaresi che distoglievano lo sguardo dalle loro ciacionissime forme sventolando dei magnifici pretzel giganti. Che risate quando ordinammo. Tutto scritto in tetesco, acchiappammo pure un cameriere che sapeva dire “ciao” e “crazie mile”, ma nun’ capettem’ niente e fummo costretti a ordinare il piatto più costoso giustificandoci con un “sicuro è buono”, ma a dire la verità era l’unico in cui intravedemmo ‘na parola che pareva wurstel. Quando arrivò non vi dico, tre sasicce diverse, purè molto poco consistente, e gli indimenticabili – non per il sapore – crauti che il mio vecchio amico Domenico non dimenticherà più: “chi schiiiiif!!! nnnà voglio ‘a verza”. Menomale che ci rifacemmo con un litro ogni due cape di sana birra di bavària. Ma era solo l’inizio, non sapevamo cosa ci aveva riservato il ristorantino di merda di bavària che la scuola aveva scelto per noi con tanto amore. Ogni sera era ‘na botta nfronte. Ricordo lucidamente una fella di carne impastata con aromi malefici e cipolla, cipolla dappertutto, pure nel sughetto da ospedale, ‘na cosa immangiabile. Ma niente a che vedere con quello che ebbero il coraggio di farci mangiare per ben due sere: il brotino di merda di bavària. Una tazzina del thè, dentro un brodo di dado star diluito, e in fondo trenta grammi scarzi di pastina. Meno male che c’era Nicola a cui, forse perchè fuori di sè in una quattro giorni di attacchi d’asma, rifilivamo almeno tre tazzine del càzzo a sera. Gli piacevano, sè magnav’ tutto contento, mentre io pensavo a quel sasiccio nel pane mangiato a una stazione della metropolitana che mi rimetteva in pace coi teteschi. Il boato poi l’ultima sera, quando pronti e con la bandiera bianca sventolante stavamo aspettando l’ennesimo brotino di merda, e invece i camerieri scesero con pollo e patate. Erano dei normalissimi pollo e patate, roba forse di dieci anni prima, ma credetemi, facett’m ‘e feste. L’unico triste forse fù proprio Nicola, chella sera magnò chiu’ poco ahhahahahhahahahhaha ❤

Le avventure culinarie di Puok e Med | LA VERA MARENNA NAPOLETANA COL BUCO
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Un napoletano doc prende un cuzzetiello, toglie tutta la mollica e riempie il fattaposto cu’ coccos e sfiziuso. Chi ci mette le immancabili polpette con la “sarsa”, chi na’ bella sasiccia che’ friarielli. Ne vien fuori na’ marenna succulenta e saporita: ‘o ppane ra’ a sustanza e il resto n’esplosione di sapore ♥

Le avventure culinarie di Puok e Med | GLI GNOCCHI DELLA DOMENICA1653794_657599357615371_2115027888_n

E’ domenica mattina. Una donna si sveglia. E’ una mamma ed è napoletana. Questa volta ngopp’ o fuoco non mette prima il caffè, ma na pentolona chiena ‘e patane. Lì vicino c’è quell’altra co’ rraù, ma quella è la storia del giorno prima. Pe’ trament’ prepara una vecchia panca di legno, tonda, da appoggiare sulla tavola. E quando le patate sono pronte, e si fanno appizzare ra’ furchetta, è il turno suo, ro’ schiacciapatane. Inizia a nevicare. Fiocchi di patate. Attuorn’ attuorn’ la farina e infine uova al centro. La mamma si rimbocca le maniche e impasta a mano. Piano piano, forte forte, e gli elementi si fanno magico insieme. Prende un pezzo, fa’ o serpentiello, e taglia i gnocchetti a punta ‘e curtiello. Infine un bel panno, ‘anna ripusà. E quando ti svegli e vai nda’ cucina, trovi sta scena e ti ingrazi a’ matina: a’ pentola co’ rraù e gli gnocchi nascosti sott’ a tuvaglia. Guarda là, oggi ci stanno e’ gnocchi e’ mammà ♥

Le avventure culinarie di Puok e Med | LA CUCINA ITALIANA SECONDO I MERICANI
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Bah. Certe volte mi chiedo aro’ l’hanno vista i mericani la cucina italiana. Ja uno a caso, il boss delle torte. Non gli bastava mettere in mezzo sta moda delle torte tutte uguali, con lo stesso pandispagna uguale, sicuramente ca nun sape e niente uguale. Nooooooo, quando ha furnut di fare la torta dei pokemon doveva pure insegnare la cucina “italliana” e le sue origini. Commm’, nella lasagna è cazz e c’ mettere il cheddar, nappoc se ce tras ci mette pure un crispy mcbacon. E la pizza? In tv si vedono quelle pizze al salame che so’ proprio divertenti. Non solo so biscotti assassini, non solo ogni fetta di pizza mericana a può usa come paletta per alzà na pizza napoletana, noooooo, mettono pure quelle duecento fette di salame col centimetro, tutte ordinate, sopra a’ na valanga di formaggio dell’md, che sta sopra a qualche pomodoro strano coperto a mestiere. Vuo’ verè che i mericani hanno imparato a fa la pizza guardando la foto sugli scatoli delle pizze buitoni che a sua volta ten’ o curaggio e scrivere pizza napoletana cotta a legna? E vabbè passamm appriess. Il caffèèèèèè, è da piccolo che mi chiedo perchè chiamiamo allo stesso modo il nostro caffe bello ristretto e quei bicchieroni di acqua di cesso, ma poi ci pensi e dici “ma che te sbatt’ a fa, che la gente vuole Starbucks a Napoli”. E vabbuò, passamm’ appriess. I gelati. Io qua se mi piglio già uno a kinder vado in coma. Semplice pistacchio? Semplice nocciola? Semplice fragola, limone, caffè? Cialda artigianale? Nooooooo, nu McSunday mischiato cu nu McFlurry co dentro cicciobbello che tiene in mano un kitkat, nell’altra na brioche, due graffe a mo di braccioli, na cialda a cappellino e o’ muss’ spuorc e cioccolato. Nacc’ a morte, concludiamo. La PASTA. Con quel classico che ogni napoletano lo vede e s’ vo accirere: la pasta scaurata e azzeccata, co na mappazza di salsa sopra e sette/ott’ purpette grosse quant’ a nu criatur. Ma che cazz’ te magn?!? Ten’ pure o nomeeee: spaghetti with meatballs. L’altro giorno ho visto joe bastianich che tutto contento le ha fatte fare a masterchef. C’ vulev sta io là, cessà fatt’ nu bellu spaghettiello co’ pomodorino ‘ro piennolo e basilico, e a parte na guantiera e purpette alla Nonna Vicenza. Mi avrebbe sicuro detto: “Fatto tu cuestooo? Questi ti sembra sppa-ketti uìt mitbols?”. No Bastià, sppa-ketti scaurati te magn’ sul tu in Itallia ♥

Le avventure culinarie di Puok e Med | SE NON FOSSE PER MICHELE
MIK

Ho conosciuto Michele all’università 3 anni fa. Ci siamo fatti quattro risate all’esame più difficile della triennale. Meno male che feci quell’esame in quel mese, così ho conosciuto Michele. Mo a Michele gli voglio bene, pure se non ci vediamo mai, ci so so sempre stato affezionato, però l’altro giorno stavo pensando ad un universo parallelo in cui non ho fatto quell’esame in quel mese, non ho conosciuto Michele e quindi SCENARIO APOCALITTICO. Michele abita a Bacoli, a 5 minuti da Monte di Procida, ed è stato l’artefice di questo presente. E’ stato quello che mi ha portato la prima volta da Mazzella.  Se non avessi conosciuto Michele, non mi sarei innamorato di Ciro Mazzella, avrei sentito un inspiegabile senso di vuoto negli ultimi tre anni, e allo stesso modo lo avrebbero sentito mio fratello, la mia migliore amica. Avremmo sentito quella voglia mensile di un qualcosa senza capire cosa. Centinaia di amici non si sarebbero arrigriati. Questo blog non sarebbe nato. Questo blog è nato tre anni prima di scrivere le prime righe, quando ho iniziato a raccontare a tutti di questo grandissimo vecchietto e della sua brace, del suo panino, del migliore panino. Fino a quando non ho deciso di raccontarlo a più persone, quando quella di Ciro Mazzella è diventata la prima de Le avventure culinarie di Puok e Med (http://wp.me/p3gRWP-gj). Grazie Michè! Mi hai regalato tre anni di gioie a rate mensili, e di conseguenza un nuovo modo di divertirmi, questo blog. E poi che bello. La prima volta li prendemmo d’asporto e li mangiammo nella depandance di Michele. L’altra sera, dopo tre anni di mangiate in sede di cottura, l’ho rimangiato lì. Solo tre parole: “LIKE A VIRGIN” aahhhahahah  ♥

Le avventure culinarie di Puok e Med | LA MAGICA STORIA DI HIRO E DEI FRISULIMITI
DDA

Hiro è il mio cane, uno shibone bellissimo di 1 anno e 2 mesi, fiero, tutto pelo e carattere. Hiro non ha mai paura di nessuno, gioca con tutti, cani e persone, quando qualsiasi bestione lo punta, lui lo guarda, fa il pagliaccio anche con lui invitandolo a giocare. C’è però una cosa che da 10 mesi lo tormentava. La sua kriptonite. Si cagava proprio sotto. Cosa? Lo trovate in questo video di quando aveva 4 mesi:https://www.facebook.com/photo.php?v=554265514594530. Da quel giorno, quel cazzo di coso all’angolo tra bagno e cucina lo ha sempre impaurito. Sempre. Se gli mettevi una crocchetta, un biscottino, sotto a quel coso, lui si piantava a 1 metro di distanza, a sfinge, e iniziava ad abbaiare e sbuffare. Hiro non lo fai mai, Hiro non abbaia. Stasera la sòcera mi ha regalato na cosa buonissima, tutta calabbbra. Un pezzo di FRISULIMITI. E’ un impasto di pezzetti di carne di scarto del maiale (orecchie, la carne che rimane attaccata alle ossa, pelle ecc..) lasciati a puppuliare nel loro grasso e infine impaccati. La fine del mondo, la testimonianza saporita che del maiale non si butta niente. Con un pò di pane caldo, che vò dico a fa. Comunque, torno a casa, ceniamo, appena taglio la prima fettina, Hiro già spalanca gli occhi. Si piazza vicino a me. Gliene dò n’anticchia. Fa zampa e cinque a velocità mai viste. Ne vuole subito ancora. Sbuffa. Mi guarda fisso. Per la prima volta fa na mezza abbaiata a tavola. “Commèèèè buonoooo, dammene ancora”. Mai visto così. Ne approfitto. Gliene metto un pezzettino sotto al suo acerrimo nemico. All’inizio le solite scene. Poi prende coraggio. Si avvicina piano piano. Infila la testa senza paura. Lo prende. Lo mangia. Gnam. Si lecca i baffi !!!SI PUOOOOOOOOOOOOO’ FAAAAREEEEEEEEEEEEEEEEEEEE!!!Applausi a scena aperta in casa Cerrone! Dopo 10 mesi l’incantesimo si è rotto! E fu così che un pezzetto di frisulimiti tolse la paura al cane più bello del mondo ♥

Le avventure culinarie di Puok e Med | LA FAMIGLIA
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Ieri mio cugino Renato Cerrone che si chiama come mio padre che si chiama Renato Cerrone mi ha postato questa in bacheca. “Questa è per te Egì…250 gr di palatella con frittata di 3 uova”. Gli ho risposto: “La famiglia oì”, orgoglioso del buon sangue che non mente. Ed è finita lì. Poi stanotte qualcosa mi teneva sveglio. Erano i ricordi. Io e Renato siam cresciuti veramente assieme. Nello stesso palazzo, dalla stessa nonna, con lo stesso Super Santos. E in tempi in cui la strada tirava più di un carro di “mi piace”, ci siamo divertiti un sacco. I ricordi son tantissimi, ma in questo spazio voglio ricordare qualcosa di legato alla nostra “formazione culinaria”. Quanti piccoli piaceri, quante mangiate. E solo crescendo sto capendo quanti bei ricordi goderecci son legati alla nostra nonna paterna. Lei che aveva un forno a legna, e ogni tanto si facevano le pizze col profumatissimo impasto del pane, nde rutellucci. Semplici e ruspanti, la più buona di tutte era quella che pummarulelle schiacciate direttamente sulla pasta, aglio, origano e olio. Nu profumo e pazz’, na bontà che solo nonna sapeva fare e che in giro non si trova. Nello stesso forno, il pane buono, e per noi bambini o’ pagnuttiell’. “Tenete a nonna, jateve a ccattà a murtadell”. Renato andava pazzo per la mortadella, manco glielo diceva e gia stava in salumeria. Il pane caldo appena sfornato, la mortadella buona, riesco ancora a sentirne il sapore, e vi giuro mentre sto scrivendo mi è uscita una lacrima. E ancora ancora ancora, quando in quel forno si facevano i roccocò: nonna, figlie e nuore facevano l’impasto in quella vascona di legno dove si faceva anche l’impasto del pane. Comm’ cazz’ erano buoni, pure crudi, se non mi facevano mangià un po’ di impasto crudo, magari ca nucella, mi pigliavo proprio collera. E la domenica, mamma mia, ve l’ho gia raccontato, scendevamo un po’ prima di pranzo e la trovavamo a frivere e purpette, non le facevamo manco uscire dalla padella e le appizzavamo ca furchetta. Vullent ma accussì bon che non c’era ustione che teneva: chien e prezzemolo, aglio, e formaggio, ci stev a man e mia nonna la dentro. E che spettacolo quando scendevamo presto e la nonna iniziava a fa o rrraù. Sulla tavola c’erano na decina e’ felle e carne, sopra formaggio, prezzemolo, pinoli e restappresso. Stev’ facenn e braciole. E ancora, e qui c’entra il padre di Renato che si chiama Egidio Cerrone come me che mi chiamo Egidio Cerrone, quando faceva le salsicce in casa, a pont’ e curtiell, no come quelle cose sbriciolate che vendono oggi. Metà ce mangiavamo, metà appese in una stanzina buia vicino al forno a legna assieme a pancette, muzzarielli, annoglie e salami. Che darei per entrare in quello stanzino. A pasta e fagioli, la preferita di mio padre, che dice sempre che è cresciuto a pasta e fagioli, che cotiche, e muzzariell, annoglia, na botta e sapore. E l’estate dei pomodori. Tutto il nostro vascio, bello grande, si trasformava in una fabbrica e’ buttegl’ e pummarola. Zio Benito a macinare, chi pelava, chi stava a tenere d’occhio quei pentoloni altissimi dove si cuocevano prima i pomodori e poi le bottiglie pronte, chi attappava; noi ragazzi ci divertivamo un sacco a lavare le bottiglie, con la pompa e le retine a immersione, quanti bagni, quante risate. E i buccaccielli che la nonna nascondeva sotto il mobile perché io stev comm’ o pazz. Salame sott’uogl’, prosciutto sott’uogl’, mulignan sott’uogl’: mammamì, anzi nonnamì, quando ci dava il permesso facevamo fuori na palatella e pane. E infine il ricordo che mi fa troppo divertire, e che ahimè fa partire n’altra lacrima, o ccafè pe criature. Loro, e soprattutto nonno amavano bere il caffe nei bicchierini di vetro. Ce li davano anche a noi i bicchierini di vetro, con giusto un culo di caffe, un cucchiaino di zucchero in più, e allungato con acqua! L’acqua dallo stesso rubinetto dove andavamo a dissetarci, io, Renato, mio fratello, Andrea, Davide, Salvatore, Giovanni, Renatino, Dario e tutti gli altri (pure le femmine), quando c’eravamo stancati per strada e ce ne trasevem a da nonn’ …mi manchi nò, da un po’ più che mai! ♥

Le avventure culinarie di Puok e Med | LA VERA STORIA VERA DELLA SIGNORA REGINA
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C’era una volta una regina che si chiamava proprio Regina. Oggi tutti sanno che divenne bella, piacioccona, materna e sempre sorridente. Ma non tutti sanno della triste storia della sua infanzia, quando era piccolissima, e nel regno di Angri comandava uno stregone pizzajolo. Quest’ultimo, invidioso del talento della dolce bambina che non aveva neanche tre anni e già faceva magie con acqua e farina, le fece un sadico incantesimo che sapeva di metafora: la bambina aveva le mani d’oro, e in oro vero le trasformò. Per anni, anni e anni tutto il popolo si chiese del perchè quella bambina portasse sempre i guanti, e perchè fosse sempre così triste. Piano piano, l’incredibile talento fu quasi del tutto dimenticato. Quasi. Si dice che un giorno la riconobbe un vecchio mercante che non aveva mai dimenticato la bontà di quella pizza. Leggenda vuole che quel vecchietto possedesse il più grande mercato di Angri. Prese la giovane donna con sè, e passeggiò con lei tra i suoi mille banconi. Salumi, carni buone, frutta secca e bancarelle chilometriche di verdure. Che profumi, che colori, che festa. E quando Regina si era già commossa, il dolce vecchietto le fece chiudere gli occhi, prese la sua mano, sfilo il guantò e poggiò su di essa prima una manciata di farina e poi un pò d’acqua. E lei, che aveva ormai quasi dimenticato quella sensazione, gioì così forte, ma così forte che quell’alchimia di gioia, acqua e farina cancellò per sempre l’incantesimo. Da quel giorno la regina Regina è tornata a giocare con gli impasti, e non ha più dimenticato quel mercante. La sua pizza ora è bella come quel mercato. Una gioia per gli occhi, ricca di profumi e irresistibile per il palato. Mani d’oro. Ah, quel vecchio stregone ci può provare tutte le volte che vuole, finchè ai TRE MONELLI (http://wp.me/p3gRWP-wP) è festa ogni sera, finchè l’aria è positiva, non gli sarà mai possibile avvicinarsi ♥

Le avventure culinarie di Puok e Med | A’ PURPETT’
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A’ purpett’.
A’ purpett’ e’ mia nonna.
A’ purpett’ e’ mia nonna paterna.
A’ purpett’ e’ mia nonna paterna di domenica.
A’ purpett’ e’ mia nonna paterna di domenica a mezzogiorno.
A’ purpett’ e’ mia nonna paterna di domenica a mezzogiorno quando ritornavo dalla chiesa.
A’ purpett’ e’ mia nonna paterna di domenica a mezzogiorno quando ritornavo dalla chiesa e la trovavo li’.
A’ purpett’ e’ mia nonna paterna di domenica a mezzogiorno quando ritornavo dalla chiesa e la trovavo li’, annanz’ a na tiella.
A’ purpett’ e’ mia nonna paterna di domenica a mezzogiorno quando ritornavo dalla chiesa e la trovavo li’, annanz’ a na tiella, cu na bella schiumarola.
A’ purpett’ e’ mia nonna paterna di domenica a mezzogiorno quando ritornavo dalla chiesa e la trovavo li’, annanz’ a na tiella, cu na bella schiumarola, mentre io.
A’ purpett’ e’ mia nonna paterna di domenica a mezzogiorno quando ritornavo dalla chiesa e la trovavo li’, annanz’ a na tiella, cu na bella schiumarola, mentre io gia stev ca furchetta.
A’ purpett’ e’ mia nonna paterna di domenica a mezzogiorno quando ritornavo dalla chiesa e la trovavo li’, annanz’ a na tiella, cu na bella schiumarola, mentre io gia stev ca furchetta, pronto ad appizzare.
A’ purpett’ e’ mia nonna paterna di domenica a mezzogiorno quando ritornavo dalla chiesa e la trovavo li’, annanz’ a na tiella, cu na bella schiumarola, mentre io gia stev ca furchetta, pronto ad appizzare, direttamente a rint a tiella.
A’ purpett’ e’ mia nonna paterna di domenica a mezzogiorno quando ritornavo dalla chiesa e la trovavo li’, annanz’ a na tiella, cu na bella schiumarola, mentre io gia stev ca furchetta, pronto ad appizzare, direttamente a rint a tiella, chella bella cusarella.
A’ purpett’ e’ mia nonna paterna di domenica a mezzogiorno quando ritornavo dalla chiesa e la trovavo li’, annanz’ a na tiella, cu na bella schiumarola, mentre io gia stev ca furchetta, pronto ad appizzare, direttamente a rint a tiella, chella bella cusarella, accussi’ sapurita.
A’ purpett’ e’ mia nonna paterna di domenica a mezzogiorno quando ritornavo dalla chiesa e la trovavo li’, annanz’ a na tiella, cu na bella schiumarola, mentre io gia stev ca furchetta, pronto ad appizzare, direttamente a rint a tiella, chella bella cusarella, accussi’ sapurita, e accussi’ vullente.
A’ purpett’ e’ mia nonna paterna di domenica a mezzogiorno quando ritornavo dalla chiesa e la trovavo li’, annanz’ a na tiella, cu na bella schiumarola, mentre io gia stev ca furchetta, pronto ad appizzare, direttamente a rint a tiella, chella bella cusarella, accussi’ sapurita, e accussi’ vullente, che magari t’ cuciv pure a vocca.
A’ purpett’ e’ mia nonna paterna di domenica a mezzogiorno quando ritornavo dalla chiesa e la trovavo li’, annanz’ a na tiella, cu na bella schiumarola, mentre io gia stev ca furchetta, pronto ad appizzare, direttamente a rint a tiella, chella bella cusarella, accussi’ sapurita, e accussi’ vullente, che magari t’ cuciv pure a vocca, ma dicevi.
A’ purpett’ e’ mia nonna paterna di domenica a mezzogiorno quando ritornavo dalla chiesa e la trovavo li’, annanz’ a na tiella, cu na bella schiumarola, mentre io gia stev ca furchetta, pronto ad appizzare, direttamente a rint a tiella, chella bella cusarella, accussi’ sapurita, e accussi’ vullente, che magari t’ cuciv pure a vocca, ma dicevi: “A’ no’…”.
A’ purpett’ e’ mia nonna paterna di domenica a mezzogiorno quando ritornavo dalla chiesa e la trovavo li’, annanz’ a na tiella, cu na bella schiumarola, mentre io gia stev ca furchetta, pronto ad appizzare, direttamente a rint a tiella, chella bella cusarella, accussi’ sapurita, e accussi’ vullente, che magari t’ cuciv pure a vocca, ma dicevi: “A’ no’, COMM’ E’ BONA STA PURPETT'” ♥

Le avventure culinarie di Puok e Med | UNA PIZZA AD HALLOWEEN
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Siamo a casa, la metà di noi truccati, io in modo osceno. Chiamiamo le pizze. Mi fanno la lista. Io sbaglio, chiamo a una pizzeria che non sa proprio lavorare e sbaglia le pizze con strafottenza 99 volte su 100. Non so perchè quello è il primo numero che mi è passato per la mente e lì ho chiamato. Mi chiama dopo mezz’ora la tipa al telefono e mi dice che so finite le patate. 6 su 10 avevano le pizze con le patane. Un minuto da incubo al telefono. Chi dice che può cambiare la pizza, chi dice “no, io nnavogl”, chi capisce che ho sbagliato pizzeria e sapendo i precedenti si fa venì coccos e cerca disperatamente di dirmi “nooo, digli che non le vogliamo più, non ha manco le patane stavolta”. disperati. la tipa a telefono prima mi dice che se vogliamo ce le fa arrivare così e ci regala le buste di patate, poi quando le ho gia detto tre volte “che non le vogliono più”, scatto, “no aspe, le abbiamo trovate le patate”. qualcuno ancora mi diceva di annullare l’ordine, ma nel momento in cui quella ha fatto apparire le patane non potevo dì più niente. eh ok, aspettamm e pizze. arrivano le pizze, le porta nu uaglion, mio fratello odia a morte sta pizzeria e gli piacciono assai le patane. allo controlla le pizze. le patane stanno solo su una pizza. mo vedete a me vestito da strega con la gonna di mamma, na vecchia parrucca, le labbra nere e il mascara, i cazettini a quadrettoni alle ginocchia e certe nike modello frankenstein che mèro messo solo 1 volta fino a ieri. eh, accussì come stavo ho detto “senti però così non si fa” e chill’ chissà perchè nun ma manc riso in faccia. chiamo alla pizzeria “scusi ma le patate non ci stanno su 5 pizze”, risponde n’omo: “eh vabbe le pizze le ho fatte io, ce le ho messe”…”over? vuoi veni a vedè?”. mi passa lei che fa “vabbe ti faccio portare subito delle vaschette” ok, ok, sembra che abbiamo concluso. manco po’ cazz. mio fratello continuava ad inquisire. tutte le pizze con le salsicce c’erano i wurstel. ci stava uno che aveva na sasicc e patane, sè ritrovato na pizza che wurstel. ma il cazzo di guaio è che a mammina hanno fatto il guaio grosso. na pizza sasicc e friariell, che o fai accussì o a fai accussì, è arrivata wurstel e friarielli. fino a là il mondo era calmo, magari ci dividevamo la presa per il culo in dieci e continuavamo la serata. ma na combo mamma-fratm, coinvolgente devo dì la verità, hanno movimentato la piccola massa. all’inizio io stavo ancora a telefono e faccio “senti però, stanno pure tutti i wurstel al posto delle sasicce”, “ma commè è possibile, le ho fatte io le pizze, vedi bene che forse non sai vedere che quelle sono salsicce?” io inizio a pensare ca mo’ arriva qualcuno, mi da un pizzicotto e mi sveglio. invece no, chill over fa. e mi dice “vedi quelle sono le sasiccie dell’aia…le dakota”. ce mo tralasciando che uno a napoli se chiede la sasiccia sa benissimo che vuole, e tu c miett a dakota 2 minuti, ma 1) aro se mai vist na dakota e friariell? 2) e commè ca pur aro c’erana stà i wurstel ci sta sta cazz e dakota? io spiego ai ragazzi quello che mi dice a tel che ovviamente ridono perchè non ci possono pensà quando son costretto a riportare il “vedete bene che quella è salsiccia”…l’omo mi passa lei che fa senti noi stiamo lavorando e sappiamo come lavoriamo, tu ci vuoi sfottere che vi mettete a ridere, quindi fai quello che vuoi. ho detto io “senti mo o ce le cambi o ci ridai i soldi”…”e che faticamm per te? clienti come voi li preferiamo perdere…non chiamare più, che ce ne importa”…a me mi scappa un “si proprio nanimale” e attacco. nel frattempo però il gruppo aveva udito, mio fratello e mammà erano diventati capi di stato e la rivolta era partita. si so aizati tutti i maschi più maria che li appara tutti e so scesi co le pizze. io non potevo mai scendere vestita da strega il cesso. scendono, li vedo dal balcone che piano piano si avvicinano. manco arrivano alla pizzeria e gia si sentono i primi allucchi. è fratm. e la tipa. che se la piglia subito con uno del gruppo indicando “tu, non mi dovevi dì animale a telefono” e giustamente o uaglion fa “oh ma ch vuo a mè, io sto ca pecchè tu ne mis e patan” ahahahhahah, comunque vedo che riesco a sentire ogni frase da lontano, i toni si scaldano, e io vestito accussì aro mi abbio, e allo mando a pat’m. meno male perchè fratm si appiccicava, e a detta di quello che stava la dentro fratm “deve ringraziare che lui è un operaio” e quindi passa un guaio a mettergli le mani addosso. cmq le solite cose, “noi sappiamo come lavoriamo” e fratm diceva “na chiavica”, “sarà capitato perchè non siamo abituati a fa ste pizze con le patane” (sorbillo capì, hanno sempre faticato col pomodoro antico e col conciato romano)…e fratm “e mai so 6 pizz”…e loro “blablablablbal” e fratm “e ma so 6 pizz”…e loro “blablablalbal” e fratm “e ma so 6 pizz”…poi so passati alla sasiccia…fratm fa…”e caccia sta sasicci, fammi vede” e quello caccia la mitica dakota convinto della sua arringa perchè sta scritto salsiccia ncopp a confezione. e allo non so quale del genio fa “e caccia o wurstel” e chill caccia nata vot a dakota…e sbuffa…”ahhhh ma me scucciat”…aveva perso…allo fratm fa “e allo ce le rifai ste pizze oppure ci ridai i soldi”…”eeee non le possiamo fare, stasera amma faticat assai (poveri destinatari), ed è finita pure la mozzarella” (tralasciando che in sede di prima telefonata mamma voleva la crudo rucola e scaglie, e il crudo non ci stava, optava allora per la sasicc e friarielli ma lo sapete, è furnut a dakota). allo fratm fa “e ridammi i soldi”. tittitì, tittità. quella prende il portafogli e non potendo più di niente, glieli ridà. caccia i 70 euro (sì’ serano fatti 70 euro con un lavoraccio), e gleli dà, però “erano 69,50 dammi il resto” …fratm ironizza e fa “vabbe al ragazzo gli ho dato 70 euro” “e o problem è o tuoj, dammi il resto”…”ba, dammi 50 centesimi”. glieli da, e cià. maria sente da lontano che il tipo apostrofa un “tanto lo devo acchiappà da solo in mezzo alla strada”. acchiappalo, si avvicinasse anche a 5 metri e non solo si ritrova i carabinieri, ma in questa storiella esce il nome della pizzeria. (ieri avrei evitato tutto ciò, avrei preferito dividerci la supposta in 9 e continuare la serata, ma stanotte ci ho pensato e hanno fatto proprio bene, questo non è modo di lavorare, così come lavorano loro noi ci guadagnamo i nostri soldi, siamo clienti e dobbiamo avere quello che abbiamo chiesto). Comunque, tornano a casa. E mo che si fa. Teninn ma cazz e fame. E allo alle 23.30 chiamiamo n’altra pizzeria. quella che volevano loro dall’inizio, che è sistemata e mette pure le mozzarelline al centro. niente di trascendentale ma la migliore nel quartiere. Riprendo la lista delle pizze. Chiama Maria e fa: “buonasera, si possono fare 9 pizze? SI. ok, avete tutto? SI. patate? SI. crudo? si. salsicceeeee? SI. ok allora sono…”. Le pizze arriveranno, saranno tutte come le volevamo, con le patate per chi le voleva, appena fritte ecc ecc. MA poteva mai finire con un finale così moscio? macchè…a un certo punto, dopo 10 minuti ci bussano…”chi è?”…”PIZZERIA”…”ok 2, piano”…”NONO, LE PIZZE ANCORA NON LE ABBIAMO FATTE, SIAMO VENUTI A CONTROLLARE CHE ESSENDO HALLOWEEN NON ERA UNO SCHERZO! VOI LE VOLETE LE PIZZE?” Ahahahahah vabbè! che Allouìn ♥

Le avventure culinarie di Puok e Med | LA VERA STORIA VERA DELLA PIZZA FIOCCO
FIOCCO

Questa è una storia d’amore, che come tante parla di due innamorati. Un giorno, il signor Prosciutto e la signora Mozzarella avevano il loro primo appuntamento in piazza Panna, a Volla. Si incontrarono e tutto era bellissimo, ma non ancora il colpo di fulmine che cercavano. Quando all’improvviso, un fulmine arrivò, ma era un fulmine per davvero, illuminando tutto il cielo. E ovviamente seguì un tuono, sicchè i due pensarono di ripararsi. Leggenda vuole, che non fecero a tempo, e meno male. Perchè quando iniziò a piovere, si accorsero che si trattava di una pioggia speciale. Vi sembrerà assurdo, ma piovevano granelli di patate. E i nostri amanti, ne rimasero così affascinati che rimasero lì, a guardare la pioggia che cadeva, abbracciati, innamorati per la prima volta. Ancora oggi, ogni sera, da http://wp.me/p3gRWP-yw, i due amanti si incontrano in quella piazza, ogni sera invocano quella pioggia, ed ogni sera è la stessa storia d’amore. La storia d’amore della pizza Fiocco ♥

Le avventure culinarie di Puok e Med | LA VERA STORIA VERA DEL BABBA’ CON DUE B
BABBà

C’era una volta un re. Ma non un re di quelli delle favole. Era proprio un re di quelli veri. Si chiamava Stanislao Leszczinski, e stev’ sempre ncazzat. Giustamente, dico io. Era stato sovrano del regno di Polonia per trent’anni, e se ne era visto bene. Fino a che, un giorno, a un re un po’ piu’ grosso e con piu’ amici, che si chiamava Pietro il Grande e teneva gia nientepopodimenoche tutte le Russie, gli venne lo sfizio di pigliarsi pure la Svezia e la Polonia del povero Stanislao. Che giustamente abbusco’, perdendo regno e corona. E menomale che qualche anno prima aveva avuto l’ideona di diventare sócero di Luigi XV. “Ja pozz’ mai lascia’ o pat’ mmiez a na via?” penso’ il re francese che effettivamente voleva bene a Maria la polacca. E allo’ gli fece avere un bel monolocale gia’ ammobiliato, full optional, co tutte le terre, che si chiamava Ducato di Lorena, piu’ o meno ventimila chilometri quadrati. Un fesso contentino per il buon Stanislao, che si fece venire gli ingrippi, la malincunia, la pucundria severa. Insomma, da che era abituato a organizzare i meglio festini, mo al massimo si faceva i tornei di burraco. Pero’ almeno teneva un team di cuochi selezionati da MasterChef Polonia, e allo tentava di affogare i propri dispiaceri nel cibo. E manco in questo je ne andava una buona a Stanislao passaguai. Diceva: “sinceramente me sta venenn a pucundria, almeno p’ piacere facitm na bella cosa ‘doce ca m’arripiglio”. Ma i carlicraccobarbieribastianich di allora gli avevano rifilito un bel pacco, perche’ i dieci-venti cuochi che avevano messo assieme nun e’ ca nun sapevano fa niente, ma nun tenevano proprio o’ sfizio. E allo ogni giorno gli portavano semp’ a stessa cosa, il kugelhupf. Caratteristico dolce europeo, a forma di ciambella co le scalinature, impasto spugnoso e superlievitato co dentro l’uvetta o qualcosa a piacere. Magari gli piacque il primo giorno, forse anche il secondo e il terzo, ma quando il re si accorse che i cuochi facevano come quelle mamme ca ngarrano na cosa e a fann tre volte a semman, disse: “Ohhhhhhh, e mata scucciatttt!!! Maggia fatt’ a panza e stu kugelhupf!!! E po’ sinceramente manc’ m piace. E’ sicc’, s’azzecca sotto o’ palat’ oppure s’ ngozz’ ngann. E bastttt, maro’!!!”. Ehhhhh, e voi pensate che mo a quei cuochi gli veniva la scienza? Ma quann mai. Niente. Continuavano a purta’ kugelhupf. Lo fecero usci’ pazzo, tante’ che divenne nu ‘mbriacone, fini’ per ammazzare il tempo a cicchetti di rum. Un giorno, il re stev particolarmente storto, forse perche’ nun solo non gli piaceva gioca’ a burraco, ma aveva pure abbuscato co qualche muccusiello come Vittorio de Sica ne L’oro di Napoli. E quei brillantoni dei cuochi che fecero? Elementare, s’appresentarono col kugelhupf. “Ma allo’ sit sciemmmm? No vogl’ stu cazz e kugelhupf. Mo’ mata spustat a nervatur”. Boom. Crack. Il re aveva preso il suo “adorato” dolce e lo aveva fatto volare per la stanza. Leggenda vuole che “quel cázzo di kugelhupf” andasse a sbattere, frantumandola in mille pezzi, proprio contro a ‘na bottiglia di rum che Stanislao s’ stev astipann’ po pomeriggio. Silenzio, ansia, qualche cuoco gia’ stev mannan il curriculum a qualc’altro re. “Fermi tutti” esclamo’ il re. Si stava manifestando un miracolo. Quel dolce secco e pallido si stava inzuppando lentamente di quel buon rum, e cuoncio cuoncio si fece lucente, profumatissimo, inaspettatamente bbello. “Uaaaaa, mo cio rong’ nu muorz”, penso’ incredulo. Prese allo’ qualcosa per appizzare, e appizzo’. Niente piu’ pucundria, il re si era innamorato, era felicissimo, forse si abbraccio’ tutti i suoi “amati” cuochi e magari pure il criaturo che lo aveva umilato a burraco. Era ritornato lui un criaturo, tutto arzillo e chin’ e vita. Aveva scoperto il Sacro Graal della pasticceria, e giustamente, patriottico com’era, smise di chiamarlo kugelhupf e inizio’ a chiamarlo come lo si chiamava nella sua Polonia: “Babka” (leggi: baba). C’e’ chi dice che lo chiamo’ baba’ in onore del famoso ladro di “Le mille e una notte”, ma non ci credo perche’ non ha senso con il resto della storia, che continua cosi’. Mo’ la Lorena era in Francia, e vuo’ vre’ che i pasticcieri di Parigi non si pigliavano la ricetta? Se la presero e aggiunsero pure l’accento, da babka a baba’. Ma non e’ finita qui. Quando uno pensa a sto dolce pensa ad una sola citta’, che non sta ne in Polonia ne in Francia. Tanto tempo fa’ si portava che le famiglie nobili di Napoli si affittavano degli chef che venivano direttamente dalla Francia, i monsu’, che giustamente si portarono appresso pure la ricetta di Stanislao, che nel frattempo avevano anche fatto anche nella versione a fungo. I napoletani ne andarono pazzi, e a parte il godurioso modus operandi nel mangiarlo, fecero loro sto dolce con una semplice mossa: raddoppiarono la consonante. Sto dolce nato per caso, dalla Lorena, passando per Parigi, divenne il nostro amatissimo BABBA’, simbolo di Napoli e dei napoletani. Che po’ o’ voglio vre’ a nu polacco o nu francese che so magnan allert’, si sbrotolano, s’azzeccano nde man’, e alla fine esclamano: “AHHH COMM’ ERA BELLO STU BABBA’, MAGGIA ARRIGRIAT” ♥

Le avventure culinarie di Puok e Med | LA VERZA E LA PASTECCAVOLO
FGH

La VERZA, l’ho sempre schifata. Quasi sicuramente perchè quella puzza mi ricorda la pasta e cavolo, l’acerrimo nemico di tutta la mia infanzia. Stessa puzza, quella micidiale che ha ucciso milioni di bambini. E chi se la scorda la pasta e cavolo. In quel periodo mio padre lavorava dal lunedì al venerdì, e quindi il sabato a pranzo mamma si sfìziava a fare tutte quelle cose che se le faceva in settimana io e mio fratello occupavamo la casa, le facevamo la mappatella e la cacciavamo. Il sabato no, babbo era “carismatico”. Ci diceva “o ti mangi questo o non mangi”. Quanti pianti, quanti avotamienti di stomaco, quanti kg di pane ci ho menato in quelle paste e cavolo nel tentativo disperato di apparare l’inapparabile. Un vero e proprio trauma infantile, non mi meraviglierei se tra una decina di anni divento un serial killer che ammazza le sue vittime abbuffandole di pasta e cavolo. Per anni quell’odore mi ha perseguitato, nel mio condominio per qualche anno c’è anche stata una famiglia di coinquilini che sà magnavan’ quattro volte a settimana. Il palazzo sembrava na fabbrica di pasteccavolo, e ogni scalino di quell’adolescenza mi rimandava agli incubi dell’infanzia. Mò, la pasta e cavolo la evito ancora a vista, a naso, babbo è meno carismatico e per mamma è fernut e zezzenella. Ma oh, la VERZA, pure se feta-a-peste uguale, un giorno l’ho provata, e me ne sono innamorato. Chien’ e pancetta paisana, un pò di peperoncino, comm’ è bbona! E mo il sabato mi arrigreo quando dico “ohi mà, ma na bella verza e riso?”. Lei è felice, babbo pure, io ‘nnhàidea! L’unico che ci arrifonde è mio fratello, quello diventa lui un serial killer ♥

Le avventure culinarie di Puok e Med | IL TARTUFO DI PIZZO
pizzo

La mamma della mia ragazza è calabrese, di Catanzaro Lido, e sono ormai 5-6 anni che parte delle mie vacanze estive le trascorro proprio lì. In questi anni ho provato un po’ di tutto: le salsicce rosse dolci o piccanti, la ‘nduja, la soppressata, la provola silana, il tonno, i peperoni verdi e quelli riggitani, le zippule, i fichi buoni, il latte di mandorle, le pitte, fino al morzello che vi ho presentato qualche giorno fa. Ma c’è una cosa, cari fan di Le avventure culinarie di Puok e Med, di cui sono letteralmente innamorato: il tartufo di Pizzo, una deliziosa “palla” di gelato alla nocciola, ricoperta di cacao e granelli di zucchero, con al centro un cuore di straordinario cioccolato fondente fuso. Questo è il primo anno che non ho potuto mangiarlo, e non riesco a descrivervi quanto mi manca, il chè è raro. Chi mi conosce sa che ammazzerei per un buon piatto salato, che ci farei anche colazione e dessert, ma il tartufo di Pizzo, signori…non riesco a farne a meno. Metto da parte ogni gesto vorace, mi siedo con calma e me lo gusto cucchiaio dopo cucchaio, quasi a voler fermare il tempo. Dal Bar Ercole poi, il più famoso, il più storico, il più buono, a due passi dalla piazza di Pizzo che sembra uscita da un vecchio film con Vittorio de Sica e Sofia Loren, l’esperienza si fa magica. E io, come faccio soltanto con altre due “delizie” (salate), non riesco a non mangiarlo ad occhi chiusi, come quando si bacia la donna della propria vita. E allora viva il tartufo del Bar Ercole, viva Pizzo, viva la Calabria, terra che ormai sento un po’ mia e che sono orgoglioso di valorizzare ♥

Le avventure culinarie di Puok e Med | IL TABASCO E LA FESTA DI SAN GIORGIO
FWF

Fino a non moltissimi anni fa, nel mio quartiere, Pianura, si festeggiava per 3-4 giorni la festa di San Giorgio. Coinvolgeva la maggior parte degli abitanti, e per noi ragazzini rappresentava l’occasione buona per spillare qualche soldo in piu’ ai nostri genitori. E io…ok qualche mille lire ce la buttavo pure in giochi, pesche e bancarelle varie…ma il resto…la maggior parte…me li magnavo!!! E ricordo con enorme affetto la piccola paninoteca di Zi Austino, “La tavernetta”, che per l’occasione si espandeva fuori con due enormi piastre e sfornava centinaia di panini per la gioia dei festeggianti, dei bambini e soprattutto per me…che a 7-8 anni mi facevo si’ il panino re’ criatur – wurstel patatine ketchup maionese – ma… me lo abbuffavo gia’ di TABASCO!!! Ed aveva tutto un altro senso  Oggi per me il tabasco e’ evocativo, e’ avere 7-8 anni, e’ Zi Austino, e’ la festa di San Giorgio ♥

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2 thoughts on “Ricordi e Pillole

  1. Rosi says:

    Quante cose mi hai fatto venire “a mente”! Grazie

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