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Pizzeria I MASANIELLI

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Leggenda narra che nella contea di Caserta ci sia un posto magico. Dove abita uno stregone che ha le mani grandi come grande ha il cuore. Su di lui si narrano mille storie, si dice passi le sue giornate in una caverna dalla porta chiusa, col suo forno, montagne di farina e leccornie dalla Campania tutta. Trasforma l’oro in pizze e le pizze in oro, e nessuno ancora é riuscito a capire come fa, con quelle mani così grosse, a regalare a compaesani e forestieri quei gioielli che solo nani e folletti di terre lontane riuscirebbero a plasmare. Questa è la storia del gigante buono di Caserta: Francesco Martucci, pizzeria I Masanielli, top 3 in Campania.
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La sua storia ha inizio in una caverna ancora più piccola a pochi passi dall’attuale dimora. Lì il giovane Francesco, leader simpaticone tra gli amici e tra gli spalti della squadra del paese, coltiva la sua passione per l’arte bianca. In quel buco a insegna I Masanielli, che oggi esiste ancora ed è gestito dal fratello Sasà, Francesco ammacca e concia, ammacca e concia, e nel frattempo studia, sperimenta, e come fanno quelli che poi diventano i migliori, gira la Campania e assaggia, si confronta, si intrufola nelle aziende conosciute e non, umilmente si presenta e umilmente si mette in gioco. Pochi anni e i Masanielli iniziano a diventare qualcuno, e piano piano la vecchia pizzeria d’asporto con qualche tavolo inizia a diventare stretta per un gigante del genere. Ha bisogno di spazi, non per lui che trascinato dalla passione si fa piccolo piccolo tra banco e forno, ma per chi inizia a voler bene a lui e alla sua pizza. Cerca una caverna più grossa, la trova a viale Lincoln, umile ma accogliente, e di nuovo piano piano spertòsa la noce. Oggi a Caserta la sua pizza è un cult, ogni sera svariate centinaia di avventori che aspettano che inizi lo spettacolo. Come Gandalf e i suoi fuochi d’artificio, Francesco e le sue pizze.
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Ricordo ancora la prima volta che andai a trovarlo. C’era Linda alla cassa, moglie e so(u)pporter, che ancora non mi conosceva. Chiesi di questo gigante leggendario e rimase stupita da un pellegrino così entusiasta. Attraversai veloce la sala gremita e spalancai la porta della caverna. Fu emozionante, c’era questo omone che accarezzava dischi di pasta, pareva tenesse dei fiori preziosi tra le mani. Si gira al mo avvento, incrocio di facce belle, e quella accoglienza quasi natalizia che manco Babbo Natale: “Oh oh ohhhhhhhhh”. Era felicissimo, e io non sapevo ancora che da li a pochi minuti lo sarei stato il triplo. Non sapevo che da li a pochi minuti avrei mangiato una delle pizze più buone della mia vita.

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Perchè le pizze di Francesco non puoi trovarle altrove. C’è troppo di lui in quella pasta, c’è troppo la sua storia e la sua esperienza. C’è la sua ricerca, in tutto. Impasto meraviglioso, se lo prendi tra le mani prima di stenderlo inizia a liquefarsi, è tutt’acqua. Se lo vuoi stendere bastano tre mosse: un tuffo nella farina, pochi secondi di polpastrelli e quando incredibilmente si è già stesa, un giro sul dorso della mano ed è pronta. Ha qualche segreto, qualche diavoleria da stregone, una sapienza intrinseca, chi lo sa, ma quell’impasto è di un altro pianeta. Superman.

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Dopo che l’ha cunciata con l’affetto che darebbe al figlio, se la gode vedendola crescere bella al forno. S’abboffa, addiventa ‘nu canotto, la legna ardente si fa compressore e da la dentro quelle pizze escono piene d’aria, belle che già le vedi e capisci che sarà come affondare un coltello nel burro. Magnifique.

Una leggerezza spaventosa. Che rinuncia un pò allo zuccherino piacere di una pizza cromaticamente più classica ma spinge la scioglievolezza oltre ogni limite. Al boccone si scioglie in bocca e si fa tutt’uno con i meravigliosi ingredienti ricercati da Francesco negli anni. Basta aprire il menù, sembra una guida Slow Food. C’è una cura maniacale per il topping, ci sono pizze favolose alle quali ogni settimana se ne aggiunge qualcuna nuova, perchè sarà capitato che Francesco avrà utilizzato l’ennesimo lunedì di chiusura per tuffarsi in un nuovo caseificio, un nuovo allevamento, una nuova salumeria, gastronomia, macelleria, da un nuovo contadino.

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E se il caro Francesco riesce a fare questo, nce sta niente a fà, è un grande e meriterebbe di essere in tutte le guide gastronomiche, rispetto e una stima infinita. Ma se è finito tra queste calorose righe è perchè mi ha conquistato con le pizze più semplici e difficili di sempre. Quelle che se ordini sempre quelle, è facile che quella è diventata subito una delle tue pizzerie del cuore: margherita e marinara. Ogni volta che torno, non ci scappa, se pure ne mangio tre queste sò le prime due. Gioielli rari e indimenticabili, un sogno. The Puok’s best friends.

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E come in tutte le belle storie c’è sempre una mamma. Fritture e presenza in cucina, “Mammà mò ti arriva ‘na pizza per una montanara”.

E che montanara. Putess’ bastà la classica pummarulella e bufala, ma solo dio sà quant’è bona ‘a montanara ‘cu amatricana. Caserta tra Napoli e Roma. Pornografia pura e festa per i peccatori di gola. Chiedetela ripassata al forno e solo con pecorino senza altri latticini. E verite che ve magnate, guanciale, pummarola leggeremente piccante, ‘a botta e furmaggio e quella pasta che pare ‘na nuvola dove tutto poggia. Mammamì.

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Caserta quindi vibra e vibra forte. Nella sua arena c’è un leone, un vero maestro. C’è Francesco Martucci, i suoi Masanielli e la sua pizza meravigliosa.

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Pizzeria I MASANIELLI
Viale Lincoln, 27
Caserta (CE)

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Spaghettone agli #anemoni. La ricetta gastroRock di Marianna Vitale

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No, niente. L’altra sera sono stato da una donna fantastica, Marianna Vitale, Ristorante SUD a Quarto. Lo sapevo già, lo so e quel che segue confermerà la mia devozione. Mo tra le varie cose che ho gustato c’è stato un piatto che “Marià, ‘o core mio sotto ‘e piedi tuoje”. Un piatto meraviglioso, che ho voluto omaggiare così, tra il mio pubblico, col mio slang e la mia poesia:

“Spaghettone agli #anemoni, ‘o mare ‘mmocca, e wasabi tra una forchettata e l’altra che completa il boccone, ti manda in pappa il cervello e te pulezza ‘a vocca per ricominciare il gioco. Altro ca rummeppèra”

Mo il mio pubblico va pazzo pe ricette, pure se mia mamma fa pasta e tonno vonn’ ‘a ricetta, figuriamoci mò. Commenti su commenti, ricetta, vulimm’ ‘a ricetta. E grandezza ‘e ddio che succede? Arriva Marianna, stellata, si cala nel mio mondo e mi conquisterà per sempre:

Ricetta.
Scendi a mare, pigliate ‘o cafè, metti i guanti e vai sotto agli scogli con un cucchiaio. Quando vedi una cosa che sembra una pianta tipo celeste/rosa/viola (che poi è animale) la stacchi piano per evitare il Cardarelli (altissimo potere urticante che si abbatte col calore della cottura). Se siete in due allora ne bastano 7/8, se hai fatto amicizia sulla spiaggia allora buttati a zuppa di cozze. A casa li fai sciogliere in una base aglio e olio tosta, frulli gli anemoni fino a fare una cremina (perchè in fondo si’ semp nu signore), ci ripassi dentro un secchio di pasta e mangi con sottofondo tipo “Vicine ‘o mare facimme ammore etc etc..”
Un abbraccio Egidio Cerrone

(Marianna Vitale)

Immensa, un capolavoro di letteratura gastronomica. E’ la nostra Napoli, è l’estate napoletana, è le nostre femmmene, è il nostro teatro, la nostra poesia, il nostro vivere, perchè in fondo Napoli è una città fondata sul prendersi sempre una pausa, “pigliate ‘o cafè”. Grazie Marianna per questa perla, si semp na signora.

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Hamburgeria “26 HAMBURGER & DELICIOUS”

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Cava dei Tirreni è nu paisiello meraviglioso. Il top quando sali da Vietri sul Mare e ti ritrovi subito in quella piazza da cui parte il bellissimo corso vecchio, coi suoi porticati e quel passeggio dalla magica atmosfera. E proprio prima di arrivare all’altra piazza al centro del corso, da un annetto a questa parte, la gran giocata la fai girando in un piccolo vicoletto sulla sinistra, dando un’occhiata ai numeri civici e fermandosi al 26. Scommetto che dopo qualche minuto fuori a quel buco giungerà presto un profumino delizioso e un grande far festa: sono i panini del 26 Hamburger & Delicious e la verve straripante della famiglia Falcone.

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E forse la famiglia Falcone sarà una scoperta per i forestieri, ma chi abita a Cava da anni vi dirà subito che sono una istituzione. Tutto è partito tanti anni fa da Pasquale Falcone, uno che ha fatto una bella vita rincorrendo tutti i suoi sogni. Ha fatto e fa ancora il regista, ha lavorato in radio, ha gestito per anni il locale che ha fatto la storia del posto: il Porky’s, ispirato dalla super trilogia trash anni ’80, padre insieme al cult belushiano Animal House di tutti gli American Pie and company che tanto hanno fatto impazzire i giovani degli anni 2000. Spettacoli comici, spogliarelli e buon cibo. Cabaret & Delicious, mo ce vo. Da lui hanno fatto le loro prime apparizioni quelli che dopo anni sarebbero diventati i comici più importanti del palcoscenico campano, sono cresciute generazioni, tutte quelle generazioni prima che il nuovo mercato giovanile virasse i suoi interessi alla musica tunz tunz e all’alluccare nelle orecchie dei compagni. Una bella storia, finita, ma mai finita perchè Pasquale fermo non ci sa proprio stare, e in un mondo sempre più food si reinventa. Ha un progetto in mente, sta per portarlo a termine, quando entra in gioco il suo erede di gene e di fatto, Vincenzo, capoanimatore nei villaggi, la stessa verve del padre, la stessa ospitalità, un quarto della sua ironia ma una testa piena di idee come papa lo ha fatto. Viene da una esperienza di lavoro in America in una famosa catena di hamburger, dice “Papà io ci sto, entro in gioco, ma se mi vuoi amma fa gli hamburger. Facciamo questo, questo e quello”. Il papà fa un passo indietro e lascia spazio a una nuova mente in famiglia. Sono in tre: Pasquale, Vincenzo e Massimo, cuoco e collaboratore storico di Pasquale dai tempi del Porky’s. Nasce il burger store che nel giro di un anno ha spaccato tutto a Cava imponendosi subito tra le migliori hamburgerie campane.

Perchè a una cortesia da urlo e una simpatia sfrenata, Vincenzo & co. hanno puntato tutto sull’originalità e sulla qualità dei loro prodotti. Vincenzo soprattutto, che ogni giorno appena mette piede nel locale prova sempre un panino con un hamburger, niente di più. Deve provare il pane, che è fatto apposta per lui dal panettiere di fiducia, col quale sperimenta ogni giorno e insieme al quale ha portato per primo in Campania il panino black al carbone vegetale che tanto è andato di moda nel 2015. Il risultato è un bun eccezionale, morbido, aureo e di grande struttura, tutto quello che a Vincenzo serviva per realizzare la sua idea di american burger col pane non piastrato. E insieme al pane deve provare la carne, che è sempre fresca tutti i giorni, e viene dal macellaio della serranda affianco, storico di Cava che puntualmente gli fornisce dei gustosissimi hamburger di chianina e podolica. E se pane e carne sono buoni si può partire, si apre il sipario, Pasquale entra nel personaggio e in cucina inizia il valzer di piastra e padelle.

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Vincenzo, che si alterna tra cucina e sala cercando di imitare papà, e Massimo coordinano la cucina. Asso nella manica Stella, la moglie di Massimo, avvocato calabrese che la sera fa i panini a Cava dei Tirreni, grandiosa. A lei arrivano gli hamburger cotti a puntino ed è lei che compone i burger dandogli quel tocco e quella gentilezza estetica che solo una donna può dare ad alcune delle bizzarre creazioni del 26, spesso esagerate e irriverenti. Doppi hamburger, terrazze di hamburger e kings che si alternano a singoli burger squisiti e di rara fattura grazie alla scelta originale di salse e contorni.

E se anche chi vi parla è ormai da anni passato a fare il tifo per i singoli burger da morso a cristiano, ordinare uno degli ormai cult del 26 è una esperienza imperdibile. Su tutti il The King, un bestione con chianina, cheddar, bacon, maionese al basilico, cipolle caramellate, una mozzarella di bufala ngopp a tutto e il tocco finale con una spray alimentare che fa diventare tutto dorato. Sono in cucina ad assaggiare, a guardare e ad ascoltare le storie tra i fornelli quando: “Egi corri in sala, sta uscendo un The King, goditi lo spettacolo”. Mi siedo e vedo sbucare Pasquale che col suo pallone d’oro al piatto si ferma al centro della sala e richiama l’attenzione di tutti i clienti. “Signori e signori, un grosso applauso alla star del 26, il The King”. Tutti applaudono, e applaudiranno ancora perchè se escono 40 The King, Pasquale fa 40 siparietti. Fenomeno.

E il panino nero col Pulled Pork fatto in casa.

Di cui se ne occupa il giovane Alfonso detto “Kianozza”, così soprannominato per aver inventato il Kianozza Burger, un hamburgerone di chianina spaccato in due parti che vanno a sostituire il pane. Beshhhtiale.

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E il non mi ricordo neanche più come si chiama qualcosa tipo Terrazza Martini.

E nel bel mezzo di questi giocattoloni da palcoscenico (in questi mesi è nato anche il Mamma Enza Burger in cui al posto del pane vi sono due frittate di maccheroni, e anche la versione “king”, giustament, con sopra 300 grammi di mozzarella di bufala ripiena di burrata), è dolce perdersi in un paio di burger singoli che te ne può magnà anche un paio. Perchè se le star sono folli, i singoli burger sono dannatamente fini ed equilibrati. Il morso è un tutt’uno in cui tutto si esalta valorizzando ancor di più la squisitissima carne, che è succosa, in bocca si scioglie e la bella bocca ti lascia. Non sono insevati, sono burger puliti, di altissimo livello, giusti e soprattutto corretti. Un vero burger? Se fa accussì. Poi mettici la fantasia e la cucina italiana, e vir’ che te magn.

A Cava fanno grandi hamburger, fatevi come i #porkys.

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Hamburgeria 26 HAMBURGER & DELICIOUS
Via Alfonso Balzico (Vicolo della Neve), 26
Cava dei Tirreni (SA)

CONTENUTI EXTRA IN CONTINUO AGGIORNAMENTO:

Le avventure culinarie di Puok e Med | LA NUOVA AVVENTURA DELLA FAMIGLIA FALCONE: APRE A CAVA DE’TIRRENI “23 BAGUETTE&DELICIOUS”

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Pizzeria “Da Attilio”

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Questa è la storia di un tempio nel bel mezzo ‘ro burdell. Allucchi di pescivendoli, bancarielli ‘e per e o musso, fritture e pizze a portafoglio, un via vai incessante di gente da ogni dove, la quintessenza della napoletanità tutta concentrata nella Pignasecca. Ed è in quei vicoli calorosi che a un certo punto può accadere la magia. Basta fermarsi lì, Da Attilio.

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Perchè quel posto sembra starsene lì senza far rumore, ma carico di quella sacralità che calamita anche il passante più impegnato, che da fuori non può non scrutare quel dolce far pizza, quel romantico covo familiare, quell’uomo placido, un pò monaco, quasi zen, che prima ti incuriosisce con quello sguardo fisso che non si distrae tra forno e bancariello, e poi ti emoziona quando quello sguardo lo incroci e ti regala un sorriso vero, pulito e senza fronzoli. Signori e signore, queste è la storia di Attilio Bachetti e del suo tempio. Pizzeria Da Attilio.

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Erede del “primo Attilio”, quel nonno che nel 1938 aprì la pizzeria. Chissà se immaginava che proprio la “supponta” riuscisse a portare l’attività di famiglia ai livelli attuali, 3 spicchi del Gambero Rosso, l’apprezzamento di tutta la stampa e l’amore di popolo e turisti. Chissà se immaginava che alla prematura morte del figlio Mario, papà di Attilio II, quella forza della natura della nuora riuscisse a mandare avanti con così tanta forza e coraggio la loro cara “puteca”. Fu proprio lei, la signora Maria Francesca, due figli a carico, a diventare in un colpo solo mamma, papà e direttore. E se oggi Attilio è uno dei più grandi pizzaioli napoletani e sua sorella Angelina governa la sala come pochi, non c’è nulla da aggiungere: Maria Francesca ce l’ha fatta.

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E che vi credete che ora che Attilio e Angelina sono grandi, lei si sta godendo la meritata “pensione”? A ‘na guerriera come lei devi solo cacciarla, lucida come non mai, sergente di ferro, che si emoziona ancora come una bambina tra quei pentoloni per deliziare i clienti anche a mò di trattoria, e ancor di più a preparare insieme ad Attilio uno dei must indiscussi della casa: il crocchettone di salsiccia e friarielli.

E’ un gioco di squadra. Probabilmente lei scaura le patate, Attilio ammesca e concia, “staglia”, pesa e va di provola. Infine due palmi di mano sul pallottone, annanz’ a aret’, annanz’ e aret’, il cilindro si forma e il crocchettone prende forma. Tocca di nuovo a lei, mi chiama per dirmi che mò viene la fase importante, ma sorridendo e sghignazzando mi dice pure che quella parte non può farmela vedere. Si mette davanti, non mi fa copiare e dice che “è un segreto, perciò giuvinò ti piace così assai la nostra impanatura”. Quel che si sa e che sicuramente gli conferisce quel sapore tremendamente rustico e spettacolarmente croccante è ‘o pane rattato, che commerciale non lo è manco per scherzo. Attilio è masto ‘e l’impasto, pizza sì, ma anche pane. E che pane. Con le Att-caverne.

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Ne fa qualche pezzo ogni mattina quando il forno è ancora basso. Fortunati chi sceglie la trattoria, fortunatissimi chi si piglia i fritti della casa. Pecchè quello che esce da questo pane non è semplice pangrattato, è polvere magica in grani grossi.

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L’impanatura è pronta, il segreto è custodito dietro quelle spalluccelle ‘e femmena, tocca di nuovo a lei, si frigge. Nessuna friggitrice all’avanguardia, nessuna schiumarola di battaglia, pentola ‘e casa piena d’olio e un paio di forchette, p’avutà e pe girà, “piano piano vedi giuvinò”. Alla fine che poesia quando è pronto, dorato e promettente.

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Scrocchiarello al taglio di forchetta, il cuore morbidissimo, di patata vera, filante di provola, e stimolante per il leggero amariccio e piccante del friariello. Qualche decina di centimetri di goduria. Food Porn overamente, Huge.

Decisamente interessante, scoperta emozionante, la frittatina. “Attì, ma a me nun me piace la frittatina con l’impanatura, esiste un solo posto al mondo in cui mi piace”. Manco a dirlo interviene lei: “Bello, ma tu devi assaggiare e poi mi dici. Attì fagliene una a volo a volo”.

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Marò, scemo di un Puok, allo vir’ o film e nun ‘o capisci? La stessa impanatura spaziale, lo stesso cuore filante, la besciamella non invadente, i piselli saporiti e quei tocchetti di salame accunciati col vino rosso. Che meravigliosa malatìa. Buonissima, ufficialmente la seconda frittatina al mondo con impanatura ad entrare nel cuore di un giovane Puok. Ahhhhh.

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E se vi dicessi che il bello deve ancora venire, non mi credete vero? Fermatevi, non scappate, la pizza di Attilio è meravigliosa.

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La “suppont prodige” è un vero maestro e il suo impasto ha pochi rivali. Il segreto? Lui lo accenna, è la maturazione. Quella che ottiene con una lunghissima lievitazione, almeno 24 ore, qualche volta anche di più. “Egì, come era sta pizza? Vuoi sape quando l’ho impastata? L’altro ieri, so 36 ore, oggi ti stai mangiando l’impasto premium”. Ed è per questo che la sua pizza ha quella crosticina millesimale così bella e saporita. Ed è per questo che ne puoi mangiare due e non le senti. Ed è per questo che la pizzeria Da Attilio è il sogno di tutti i veraci, quelli che amano ‘a pummarola schiacciata con le mani, i latticini tagliati a mano, uoglio e furmaggio generosi, e la bellissima sensazione di poterne mangiare più di una.

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Leggerezza e sapori di una volta, profumi di una volta. Quando entri in quel tempio cambi anche aria, e come in poche pizzerie storiche senti tutto il profumo della vera pizza napoletana. ‘Na ventata ‘e vasinicola.

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E infine la pizza che più mi fa impazzire in casa Attilio. La “Appennini”. E’ a forma di stella come la sua più celebre pizza, la “Carnevale”. Ha le punte ripiene di ricotta e al centro fiordilatte, zucchine e funghi porcini. Ed è una capata assurda, a tal punto da definirla geniale, più io che il suo creatore. E mo vi spiego perchè.

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Perchè al centro i due ingredienti principali sono forti, protagonisti, gonfi di carattere. Le zucchine sono saltate in padella con la pancetta e sono spettacolari, zucchero allardiato. I funghi porcini, per definizione e perchè quì sono ancora più spaziali, hanno un sapore intenso. Il fiordilatte leggermente smorza tutto, ma sono le punte di freschissima ricotta a far partire il trip, lo sballo. Basta tagliare la pizza in otto, ed ogni fetta morderla dal centro verso la punta ripiena. Il viaggio inizia forte, strasaporito, la ricotta ti addolcisce la bocca, il cornicione te la pulisce, pronta per la prossima fetta. Di nuovo sapori forti, la ricotta addolcisce, il cornicione pulisce. Di nuovo sapori forti, la ricotta addolcisce, il cornicione pulisce. It’s like Rum e Pera. E’ la mia droga.

Pizzeria DA ATTILIO
Via Pignasecca, 17
Napoli (NA)

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Egidio Cerrone

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Hamburgeria “Lelena Burger & Co.”

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Aversa. Aversa da qualche anno sembra Las Vegas. Tutto attorno il nulla, ma metti piede ad Aversa e c’è un mondo. Un fottìo di gente, negozi, luci e locali. Se oggi a Via del Seggio c’è il traffico a piedi, il merito è anche e soprattutto dei protagonisti di questa storia. Ragazzi in gamba, talenti puri, giovani. Benvenuti nel coloratissimo mondo dei fratelli Girasole. Vittorio, Gennaro, Danilo e Luca.

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E no, il racconto non parte da questo mitico capellone, lui è Luca ed è chi mi ha raccontato questa storia. Tutto parte da uno studio grafico a Via del Seggio, quando più che Las Vegas sembrava Aversa. Dopo l’esperienza maturata il primo a Shangai e l’altro a Milano, Danilo e Gennaro decidono di aprire uno studio su strada, e scelgono quella che allora gli sembrava “la via più bella di Aversa”. Ma sono bravi, cacchio se sono bravi, l’attività va quasi subito alla grande, anche troppo. Iniziano a spuntare i primi locali attorno allo studio, marchi e brand, non sto manco a dirvelo, disegnati da loro. Il frastuono di una Via del Seggio piano terra e in Las Vegas divenire, non è più adatto alla mole di lavoro per i nuovi e tanti clienti. Lasciano allora il piccolo studio che si trasferisce di fronte, primo o secondo piano non ricordo. E mo che si fa col quel locale? Si fitta? Si vende? Macchè, i fratelli Girasole sono come un cappello magico, ed ecco che entra in scena il capellone. Luca è appassionato di enogastronomia, ed è uno che con le persone ci sa fare. “Apriamo una salumeria…”, propone Danilo, “…una salumeria di notte. Ci sono troppi kebab in giro, e cosa c’è di meglio di una bella ‘mposta coi salumi quando apri il frigorifero la sera?”. Quattro chiacchiere con gli altri fratelli, il progetto, le materie prime, il concept grafico, un grande design degli interni e nasce il primo gioiello della famiglia Girasole, la SALUMERIA DEL SEGGIO.

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Rosette, ciabatte, salumi scelti con cura, formaggi. Ma anche murzilli, polpette fritte e al sugo, contorni alla mamma, creme e confetture. Quattro cinque tavolini, per un panino con la mortazza da sogno e un bicchiere di vino, la compagna di un Luca irresistibile e Peppe, ‘o salumiere. Che coppia, che posto. God save the Pig!

Ma questa è un’altra storia, e magari ci torneremo. La Salumeria del Seggio spacca, presto. Ma è un buco, veramente qualche metro quadrato. “Ci allarghiamo? Ne apriamo un altro? Ne apriamo uno più grande?”. No, i fratelli Girasole si rimettono in gioco e pescano dal cappello un altro sogno, quello grande, quello che avevano in mente molto prima della Salumeria, quando sulla terrazza di casa loro cuocevano hamburger in quella che amavano chiamare “la serata americana”. Vittorio, il fratello più grande, è l’appassionato di burger, quello che alla fine lo mettevano a cucinare. Ed è lui, sempre insieme a quel matto del capellone, che prende l’iniziativa. Trovano un locale, è perfetto, lo prendono senza neanche dirlo agli altri fratelli che ci avrebbero voluto pensare un altro poco. Ma sono fratelli uniti, si capiscono subito e Danilo e Gennaro lavorano subito al nuovo progetto. Cuocere hamburger, in stile americano ma sempre un pò vicino alla loro tradizione, alla loro famiglia. Anche questa volta non sto manco a dirvelo, locale da paura e marchio che in un anno ha già fatto storia. Dedicano la nuova hamburgeria alla mamma scomparsa quando erano piccoli. Nasce LELENA BURGER & CO., l’hamburgeria più figa della Campania.

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E già da fuori te ne innamori. Il perchè è in quelle vetrate. Logo stupendo in vista, ma il bello è quel che si intravede dietro. Un pò come nei film americani, passeggi e scruti dalla vetrata quel che succede nel locale, le persone che mangiano felici e si raccontano qualcosa, lo staff che si distingue per le simpatiche t-shirt e che porta in dono bellissimi panini, le luci soffuse, Vittorio al banco, la cucina dietro di lui.

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Entri e ti godi subito i particolari. La parete tappezzata dalle loro grafiche, un angolo in fondo a sinistra che ricorda la loro Salumeria, la sala relax per sopperire alla lunga attesa.

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Pouf, divanetti e tavolini. Una luminaria spaziale. Appetizer per fregare l’attesa e magari una bella birra ghiacciata. Un’ora abbondante accussì, da metterci la firma.

Ma finita l’attesa inizia lo show. Dalla cucina arriva un profumino, dalla finestra dietro al bancone spuntano i panini e si intravede lo staff al lavoro. Capo brigata Massimo Grassia, top player.

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Massimo è bravo. Silenzioso e preso dal lavoro, ma simpaticone nei momenti di relax, è uno che tratta la carne con maestria e sensibilità. I suoi hamburger di marchigiana non li ammazza, li accarezza. Controlla cottura e temperature, concede loro tutto il tempo necessario a cuocersi. E nel frattempo fa scoppiettare il bacon, strapazza le uova o con la formina prepara fantastici occhi di bue, sminuzza il tacchino per i Club Sandwich, gioca di cloche e fa fondere il cheddar. Spettacolo in slow motion.

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Cotta la carne, formaggi e bacon, il panino è allestito in perfetto stile yankee. Pane artigianale, per gli amici bun, fatto in casa, non piastrato, e un tripudio di insalata iceberg, pomodori, e contorni da boom, su tutti le cipolle infarinate e fritte. A tavola il panino arriva aperto, ed è pazziella del cliente ricomporre le due metà in un unico grande paninozzo d’autore. Scelta estetica che in Campania è ormai una firma, quella di Lelena.

I panini di Lelena sono deliziosi, puliti e giusti. Di altissima qualità. Quando la carne è cotta al sangue mantiene tutto il suo sapore naturale, rendendo il panino succoso e succulento, piacevole al morso che ti riempe la bocca, so 200 grammi di hamburger da 2 cm abbondanti, lascio immaginare doppio. E se il classico cheeseburger spacca sempre, i Girasole puntano a stupire tutte le settimane. Ogni martedì infatti esce il nuovo “panino della settimana”, quello che amano definire “la scelta gourmet”. E a un anno dall’apertura hanno festeggiato proprio così, dedicando alla loro mamma il panino della settimana, il LELENA: doppio hamburger di marchigiana, doppio cheddar, marmellata di cipolle e bacon, guacamole fatta a mano, insalata iceberg e pomodoro ramato. Come a dire: “Puokemmè, sto panino aspetta a te!”

puokemed lelena burger 63bis egidio cerrone

E Puokemed ci torna presto, a provare il Lelena e tutti gli altri panini, tutte le altre idee di quattro fratelli che hanno spaccato e continueranno a farlo. Qualche mese fa inserii Lelena Burger & Co. in un mio articolo su Il Mattino sui 10 migliori panini in Campania e definii #hipster il suo stile. Oggi rettifico, il loro non è hipster. Il loro stile è semplicemente #sunflower.

Alla signora Lelena, a Maria Laura e a tutte le mamme che fanno i figli belli.
#ohana #lovemade

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Salumeria SALUMERIA DEL SEGGIO
Via del Seggio, 120
Aversa (CE)

Hamburgeria LELENA BURGER & CO.
Via Giolitti, 7
Aversa (CE)

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Egidio Cerrone

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Paninoteca “Da Francesco”

puok e med paninoteca da francesco 8 panino

Questa volta è successo quello che succede un po’ in tutte le scuole. E non sto parlando di quelle scuole in cui passiamo la nostra infanzia, parlo di scuole di pensiero. Come quella dei filosofi di Mileto, la scuola di Hokuto o quella del panino di Ercolano. E ci perdoneranno Talete e Kenshiro, ma a sto giro parliamo di porchetta completa.

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La scuola di Ercolano nasce nella seconda metà degli anni ’70. Il fondatore inconsapevole, il pioniere di quello che sarà l’ABC del panino di strada campano per oltre trent’anni è un giovane intraprendente e dalla verve fuori dal comune: Luigi Reale. Luigi parte con un camioncino ambulante, ma a suon di panini a soddisfazione e un intrattenimento da animale da palcoscenico conquista presto le folle e una piazza di Ercolano, diventa l’amico di tutti, per sempre. E ancora oggi ogni sera allestisce il suo show, arriva in piazza col suo camioncino tutto led e musica da circo, si traveste da comico di razza, e sfama i figli e nipoti delle prime generazioni che ha cresciuto. E tutti sanno che la scuola di Ercolano, quella del mezzo sfilatino generosamente farcito, nasce in quella piazza, quella che oggi è la piazza di Gigino è sempre un amico. Da lì centinaia di camioncini in tutto il vesuviano, tra Ercolano, Pompei, Portici, San Giorgio. Molti hanno chiuso dopo poco, molti altri hanno aperto paninoteche, qualcuno esportando quel preciso stile anche lontano dal Vesuvio. E “questa volta è successo quello che succede un po’ in tutte le scuole” di pensiero. A un certo punto, quando sembra che quella scuola sia ormai sull’orlo del tramonto, emerge un nuovo giovane che la rinfresca, la rigenera e la ripropone all’ennesima potenza, in un 2015 in cui il panino va sempre più yankeezzandosi e spesso con risultati strabilianti. Invece no, a San Giorgio brilla la nuova stella della scuola di Ercolano, benvenuti “Da Francesco”.

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Francesco, neanche 30 anni, di cui 14 passati a far panini. Come tutti ha fatto ‘a scola, quella delle piazze e dei camioncini. Quella delle tarantelle da territorio e della competizione sfrenata. Quella che lo ha portato un paio di anni fa ad avere la sua piccola paninoteca tra Portici e San Giorgio a Cremano, a due passi dalla pizzeria dei fratelli Salvo.

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“Non andarci troppo tardi che tutte le sere finisce sempre i panini. Vai presto che c’è gente”. Per un bel po’ mi son chiesto cosa avesse questo Francesco, cosa avesse di più di tutti i paninari della scuola di Ercolano per meritarsi un passaparola così convinto e condiviso. Poi ci so andato.

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L’ho osservato lavorare, Francesco è bravo, Francesco è un animale da guerra. E’ veloce, velocissimo, ma non perché va di fretta, ha tecnica da vendere. E un po’ col fare da showman, su quella piastra ci balla, è sua, la domina. Ecco perché i suoi panini, all’apparenza enormi e grossolani per lo strabordare delle patate alla piastra, sono ercolanamente perfetti e azzardo un “leggeri ed equilibrati se il panino lo si ordina a cristiani”. Pane leggero e non invadente, lascia completo spazio agli ingredienti e il passaggio finale sulla griglia ardente lo impreziosisce di un sapore affumicato e di una fragranza da leggerissima bruschettatura. Gli hamburger, grazie ai movimenti quasi tentacolari del padrone di casa si cuociono in fretta sulla griglia, raggiungendo un profumo deliziosamente smoked e un aspetto leggermente caramellato, ma rimangono succosi e perfettamente, ercolanamente ‘nzevati.

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La porchetta di Ariccia sfriccica sulla piastra, la provola affumicata di Agerola fonde su di essa, le patate vengono sminuzzate al momento insieme ad altra provola e sottiletta [quest’ultima a me non piace e ho chiesto le patate alla piastra solo con provola, ma si sa la scuola di Ercolano vanta il record mondiale di consumo di sottiletta] e via, tutto nel mezzo sfilatino. Ma prima di passare all’aggiunta di altri contorni [si, tutti quelli che vuoi, è la scuola Ercolano], melanzane a funghetto uber alles, la firma di Francesco: al panino appena ultimato gli fa fare un ultimo giro di griglia, che regala all’ambita marenna quelle linee nere che sulla provola che straborda con le patate alla piastra diventano strisce ormai riconoscibili. Un marchio di fabbrica.

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Alla fine il panino di Francesco è proprio di quella bontà verace, diretta e godereccia che ti aspetti da un panino della scuola Ercolano, ma all’ennesima potenza, super Sayan. E’ la versione spinta, la versione hot, Food Porn Ercolano.

Vuoi vedere che ho trovato il mio nuovo panino della notte?

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Paninoteca DA FRANCESCO
Via Martiri di via Fani, 8
Portici (NA)

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Pizzeria “50 Kalò di Ciro Salvo”

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     50 kalò /ʧiŋˈkwaːnta kaˈlɔ/ 
            50 è il numero che nella cabala rappresenta il pane, l'impasto
             Kalò deriva dal greco e nel gergo dei pizzaioli vuol dire “buono"
             "50 kalò" vuol dire "impasto buono"

Quando ho sentito parlar di lui la prima volta, Ciro Salvo era già una star. Una di quelle star in grado di illuminare anche posti lontani dai riflettori. E l’effetto era stranissimo, un po’ come vedere Daniel Day-Lewis recitare in una fiction, un po’ come vedere Maradona giocare nel Sassuolo. Ricordo il giorno in cui decisi di andare a trovarlo, chiesi a un caro amico di accompagnarmi e la sua risposta fu seguita da un grandissimo hurrà: “Tieni in mano, che adesso Ciro arriva a Napoli”. L’ho aspettato, quando all’inaugurazione non ho potuto esserci ho pazientato, ma quando finalmente l’ho incontrato me ne sono innamorato.

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Perché Ciro rappresenta il pizzaiolo perfetto nel 2015. Lo studio dell’impasto e la continua ricerca dei migliori ingredienti lo proiettano nel futuro. L’uomo dietro la stella, la sua umiltà e il suo essere comunque così dannatamente semplice e senza fronzoli lo legano alle preziose radici del passato, quello dei pizzaioli vecchia scuola, capa ‘e bancariello. Ciro non è altro che quello che così brillantemente manipola: farina, lievito e soprattutto acqua, tantissima acqua.

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Perché l’impasto di Ciro chell’è: acqua, “pura ingegneria” e ricordo ancora con qualche brivido il primissimo boccone. Il coltello che affondava la lama come in un burro, nel cornicione che al pigiar del dito respirava ritornando nel suo stato regale, l’incredibile scioglievolezza. Alzai la faccia, guardai la mia commensale e riuscii a dire soltanto due parole: ZUCCHERO FILATO. Wow!

puok e med 50 kalò ciro salvo 42 margherita

E’ qui infatti, a due passi dal lungomare di Mergellina, che ho trovato la mia margherita. Il pomodoro è ‘nu zucchero, il fiordilatte delicato, l’olio una straordinaria chicca, così buono che potrei piegare la pizza a libretto e berlo, come se, insaporito da tutto il resto, sgorgasse da una fonte nella piega del cornicione. Pornografia EVO.

puok e med 50 kalò ciro salvo 40 olio

Ma se la margherita (insieme alla marinara) è sempre stato il mio banco di prova preferito, da Ciro c’è da perdere la testa con l’incredibile varietà di gusti, colori, sapori. Un piccolo paradiso di pizze, uno di quei posti in cui devi progettare un piano di assaggi su scala annuale. Per sorprenderti e coccolarti, come se fosse ogni volta una nuova scoperta. A partire dai fritti.

puok e med 50 kalò ciro salvo 30 montanara

Dove il top è la montanara classica, così leggera che il ragù impreziosito di carne di marchigiana, il basilico e la spolverata di grana sembrano poggiare su una nuvola. Solo così la pizza fritta si fa antipasto gustoso, ambito, ordinato [mo ce vò] con leggerezza. Spettacolare, per freschezza e gusto, la variante con pancetta e burrata.

‘O llatte ‘mmocca, prima del piccolo gioiellino della casa: la frittatina. Una di quelle la cui grandezza è inversamente proporzionale alla bontà. Pecchè è piccerella, come la intende Ciro ‘nu murzillo “che deve aprì lo stomaco senza appesantire”, ma esplode in bocca grazie al delizioso cuore di ragù. Una bomba tascabile, perfetta compagna del perfettibile panzarotto provola e salame.

puok e med 50 kalò ciro salvo 11 crocchè

puok e med 50 kalò ciro salvo 12 frittatina

Ed è solo l’inizio di un grande sogno, basta fare due passi, arrivare a bocca di forno e godersi lo spettacolo. Ciro pesca l’ostico panetto e lo ammacca come solo lui sa fare, è il “suo” impasto, è sangue del suo sangue. Al suo fianco un “conciatore”, e ammacca e cuoncia, ammacca e cuoncia le pizze arrivano al “fornaro”, che in pochi secondi le avvampa lasciandole morbide come Ciro le ha fatte. Belle, bellissime con l’aggiunta dei salumi in uscita, ‘na rattata ‘e furmaggio e l’ultimo giro d’olio. Una sequenza da guardare in loop senza mai stancarsi, di volta in volta cambiano i colori, esplodono i profumi, e nascono capolavori.

La pizza dell’Alleanza con cipolla ramata di Montoro, lardo e conciato romano, la pizza Lasagna con macinato, pomodoro e ricotta, la pomodorini e bufala, la fiori di zucca ricotta e salame, la margherita salame e pecorino, la mitica e insuperabile margherita con la nduja, quella con macinato e papaccelle, la salsiccia e funghi porcini, quella col cotto San Giovanni, la classica marinara di una bontà pazzesca che ti sembra di mangiare pomodoro appena colto e schiacciato tra le mani, la marinara con le scarole la cui freschezza è paragonabile solo alla potenza con la quale ti esplodono in bocca chiapperi ‘e aulive, quella col capocollo di Martina Franca, quella col carpaccio di manzo, l’eccezionale Ripieno Bianco che è bello, buono e giusto, la soffice pizza fritta.

puok e med 50 kalò ciro salvo 10 pizza fritta

Un tempio della pizza nel cuore di Napoli, dove ‘stu disco ‘e pasta si fa sacro, lo si venera e lo si onora. Al suo interno vi è un vero, autentico maestro dalle mani d’oro, un mito, an instant classic, un uomo come tanti con una sola ambizione nella vita: fare un “impasto buono”, 50 Kalò.

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Pizzeria 50 KALO’ di CIRO SALVO
Piazza Sannazzaro 201/B
Napoli (NA)

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Pizzeria “GAETANO GENOVESI”

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Quella che sto per raccontarvi è una bella storia. E’ la storia di un uomo comune e del suo riscatto. E’ la storia di Gaetano Genovesi e della sua pizzeria a Via Manzoni.

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Gaetano è uno di quelli che nella pizza c’è nato e c’è cresciuto. Terza generazione di pizzaioli, a 14 anni già dietro quel bancone e tanti e tanti anni senza mai fermarsi, quando a Napoli c’erano poche pizzerie e il locale andava più che bene. Poi, come nella storia di tanti uomini sono arrivati quei giorni in cui, forse nel non saper stare al passo coi tempi e nel non sapersi muovere in un mondo in cui il buono è ancora più buono se sai comunicarlo, Gaetano ha perso gli stimoli, facendo a detta sua non pochi danni. Poca voglia di lavorare, poca voglia di fare il mestiere che aveva sempre amato, addirittura ‘nu guaglione al posto suo dietro al bancariello. Aveva completamente abbandonato la nave e stava per bruciare il lavoro di una vita. Chissà come però, chissà cosa un giorno lo ha illuminato. Sarà stata la sala vuota, qualche vecchio cliente perso, ma una botta d’orgoglio forte, fortissima, e Geatano è rinato, si è rimesso in gioco, si è aggiornato, ha rilevato la sua pizzeria dissociandola dal noto marchio in franchising Solopizza, e oggi punta tutto sulla qualità, una simpatia innata e una ospitalità ritrovata. Quel che segue è il resoconto del suo bellissimo riscatto.

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Faccia ‘e corna e un sorriso coinvolgente, il sosia di Messi è un pizzaiolo decisamente sottovalutato. Mani esperte, impasto leggero e prodotti di prima scelta, cuore verace: gli ingredienti che fanno della sua pizza una delle più belle rivelazioni in città. Marinara per credere.

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Soffice e gustosa grazie alla bella maturazione, aglio delicato, una esplosione di origano e un pomodoro che è zucchero, e zucchero rimane grazie alla cottura perfetta. Il bagno d’olio che deve avere una Marinara with a capital M mette insieme il tutto e regala al cuore una pizza da ricordare.

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E quando la marinara è così buona, sul resto c’è da star tranquilli. Saran pizze leggere ma decisamente saporite, da lasciarsi andare in un giro pizza, da gustare poco alla volta, perché pazziann’ e rirenn’ da Gaetano val proprio la pena farsi una grande pizziàta. Pizza col soffritto per credere.

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Fritta, cornicioni ripieni di ricotta, lardiata coi pomodorini, col soffrito o la salsicca artigianale che ogni tre quattro giorni gli porta “un signore” da Trentola, ogni pizza è una leggera e deliziosa botta di sapore, e se proprio non si è sicuri, margherita per credere.

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Impasto idratato e un ottimo fior di latte di Agerola che raggiunge il top quando glielo chiedi tagliato a pezzi grossi, a mano, che insieme a quel pomodoro dolce e a un buonissimo olio, regala alla margherita di Gaetano degli umori da grande pizza. Bella, buona overamente.

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Come a dire “Gaetà, aro stiv’ fino a mò? Cà ce stamm’ arrigriann”. Il capitano è tornato sulla nave e tutto il suo equipaggio è a sua immagine e somiglianza. No, non somigliano tutti a Messi, hanno tutti un grande cuore. Provare per credere.

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Pizzeria “SALVO FRANCESCO & SALVATORE”

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Due ragazzi, tra la folla per entrare da Salvo, parlano di pizzerie. “Comm’ è bella sta pizzeria!”, dice il primo. “Mmmm…” risponde il secondo “…a me non piace assai, a me piacciono le vecchie pizzerie, quelle piccole, tradizionali e che ci rappresentano nel mondo! Questa sembra una catena di montaggio, cosa dà a Napoli?” Il primo ragazzo sta per rispondere, ma viene subito interrotto da una voce che sembra provenire da un barattolo di piennolo: “Frà…” risponde il pomodoro quasi pepetiando  “…8000 chili all’anno”.

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Fratelli Salvo. Un giorno si dirà che San Giorgio a Cremano è stata costruita intorno alla loro pizzeria. Basta passare un minuto la fuori, e capire subito che la più bella pizzeria campana illumina tutto il resto, abbellisce la piazza e la ravviva.  Francesco e Salvatore, lavoratori instancabili, e pionieri di un nuovo concetto di pizzeria, hanno creato un piccolo gioiello, un esempio. Perchè se è vero che esistono pizzerie che puntano sulla qualità a discapito dei coperti, e allo stesso modo quelle che di posti ne hanno tanti ma di qualità poca, la pizzeria dei fratelli Salvo è l’esempio brillante di come si possa fare grandi, grandissimi numeri con uno standard qualitativo enorme, in grado di raggiungere ogni palato e ogni tasca. Innovando sempre, ma senza perdere quell’anima popolare tramandata da generazioni, che ti si rivela appena entri e ha un nome e cognome: Bancariello Dei Fritti.

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Anni a tormentarmi dopo aver visto Pulp Fiction, a chiedermi cosa ci fosse in quella valigetta alla base di tutte le tarantelle del film, cosa fosse quella luce intensa, dorata, che avrebbe lasciato di stucco prima John Travolta e poi Tim Roth. C’è chi dice che conteneva l’anima di Marsellus Wallace, chi una pistola dorata, chi il vestito dorato di Elvis. Tarantino non lo ha mai rivelato. Secondo me c’era l’aurea, luccicante, magistrale frittura dei Salvo.

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Senza pazzià, è tutto perfetto. ‘E mulignanelle doce doce, dei gustosissimi – finalmente – scagliuozzi di polenta, una deliziosa e leggerissima pasta cresciuta, una frittatina da fuoriclasse. Al suo interno niente ragù, solo cotto, provola e besciamella, per un risultato incredibile. Delicata ma saporita, fragrante all’esterno grazie a una pastella eccezionale, cremosa all’interno. Standing ovation!

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Emozionante e irrinunciabile, come quelli che amo definire i miracoli di ingegneria dei fratelli Salvo: l’arancino e soprattutto ‘o panzarotto, senza impanatura. Un tormentone. Come fanno? Cosa fanno? Di che stregoneria si tratta? Li adoro, li venero, li voglio. Antipasto d’autore. Ante-pizza perfetto.

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Due forni e uno squadrone. Chi ammacca, chi concia, chi inforna. Come si è sempre fatto nelle grandi pizzerie, ma all’ennesima potenza. Velocissimi e bravissimi, una pizza dietro l’altra e una festa di prodotti d’eccellenza. Quei prodotti che i fratelli Salvo amano e sostengono, investendo nella nostra Campania e regalando al cliente una grandissima pizza alla portata di tutti.

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‘Na bontà, dall’impasto sofficissimo, di quelli studiati, ricercati e migliorati negli anni, e che conoscendo i padroni di casa migliorerà sempre. La testa di Salvatore Salvo è sempre là. Roba che te ne mangi due o tre. Roba che Francesco Salvo ‘o ngegnere, quando mi è arrivata la bellissima fritta a tavola come fine pasto, lasciando per un attimo il personaggio di cassiere sergente coordinatore, mi fa ridendo: “Egì basta, è finito tutto”. Gran dessert, Francè!

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Cicoli, ricotta, provola e pepe. Buonissima e carica di gusto, leggera che manco ve lo dico, latticini di un altro pianeta, che fanno la differenza, qui e su ogni pizza, nella frittatina e nei crocchè, per il taglio, la qualità e la consistenza in cottura. Fenomenali. Fenomenali come questi due bestioni. Andate a trovarli, non fatevi spaventare dalla fila riempi-piazza, scorre veloce. Li troverete stra-impegnati, presi, per regalare a voi una bellissima e gustosissima serata, e a Napoli una pizzeria che farà la storia.

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PIZZERIA “SALVO”
Largo Arso, 10
San Giorgio a Cremano (NA)

CONTENUTI EXTRA IN CONTINUO AGGIORNAMENTO

Le avventure culinarie di Puok e Med | LA PIZZERIA SALVO DI SAN GIORGIO CALA L’ASSO CHE SPACCHERA’ TUTTO: LA FRITTATINA DI PASTA E PATATE 

puok e med francesco e salvatore salvo frittatina paste e patate 10

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A Puok in LONDON: The culinary adventures of Sir Puok of Lowland

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Londra. Che dire di Londra. Quello che mi hanno sempre detto? ‘Ca se magna na chiavica e ‘ca chiove sempre? Che mazz’, in cinque giorni non ha mai piovuto, e non vi dico quanto ‘me so chiagnut quel bel pinocchietto che la mia bella nun ma voluto fa purta’. Vi ho detto tutto. Bellissima citta’, enorme, piena di storia e ricca di attrazioni, cosi’ ben collegata che la cumana di Napoli ti sembra una carovana per l’inferno, e ricca di civilta’, forse oggi un po’ priva di identita’ essendo diventata cosi’ violentemente multietnica. Cinque giorni a cammina’ dalla mattina alla sera, ma ad ogni buonanotte ero contento, pecche’ mi ero arrigriato ed arricchito. Dal Tower Bridge al Big Ben, da London Eye ai fantastici mercati di Camden Town. La perfetta compagnia, ma quella e’ n’altra storia ( ❤ ). E il cibbbo?

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Qualcosa grandioso e qualche grande cacata, nel mezzo un fieto di cibo giappocingalese che ormai si e’ impossessato di tutta Londra. Pure ‘a regina secondo me puzza di noodles. Quell’odore inconfondibile, pure nei musei vicino alle mummie e ai faraoni, che ti viene da pensare che se quel fieto – in senso buono – lo trovi pure la’, allo’ e’ nei ciatilli della gente. Che poi a me piace pure il mangiare giappocingolese, ma accussi’ no, nientimeno Londra e’ na solfatara speziata. Ma partiamo dall’inizio, anzi dall’aereoporto dove mentre sto andando al gate mi ferma un gruppo di ragazze. Una mi punta col dito: “Tu! Dove stai andando?” “Io?” “Si tu! Dove stai andando?” Ncap a me: “ma che bo chest?” “Noi ti seguiamo, seguiamo il tuo blog”. Chiama le amiche in fila, e una tutta cuntenta corre facendo burdello: “uhhh Puok e Med” ahhahahahah. “Ci possiamo fa na foto assieme?” Facciamo la foto, scambiamo due chiacchiere veloci, mi dicono che abitano vicino Mazzella e io rispondo ” j che mazzo”, loro stanno andando a Parigi e mi promettono una foto con una baguette. La aspetto ragazze, mi avete fatto pariare a prima mattina. Comunque arriviamo a Londra nel pomeriggio e la mia ragazza subito si vuole far passare uno sfizio che risale ai primi selfie preistorici dei primi italioti sbarcati a Londra: ‘STARBUCKS’. Ahhhh, quanto ho amato Starbucks, quando mi serviva il wi-fi.

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Prendiamo quattro cose giusto pecche’ siamo appena arrivati: un cookie classico a triangolo, un muffin blueberry, un cappuccino, e un frappuccino a caramello. Il frappuccino me’ piaciuto, e’ checazz, e infatti quando mi serviva il wi-fi quello prendevamo. Il cookie se putev’ magna. Il muffin devo dire la verità me’ piaciuto assai, sofficissimo. Il cappuccino NO, proprio NO. Nientimeno ci vogliono diciotto bustine ‘e zucchero per addolcirlo. Non capisco proprio come fanno tutta quella gente a sta sempre cu chilli cappuccini mmano. Che siano di Starbucks, di Nero, di Costa, di Mark & Spencer, di Pret A Manger. Ah dimenticavo, aggiungici Pizza Express, Pizza Hut, KFC, Mc Donald’s, Burger King, Subway e qualche catena locale, ed e’ chiaro che Londra non solo se ne cade di fastfood e cappuccini zuccherofobici, ma  che in questo senso e’ veramente ridondante. In ogni strada, tutti vicini, senza pazzia’ ho contato minimo 30 diversi Starbucks, 35 diversi Costa o Nero, 40 diversi Pret A Manger, ahhahahah praticamente wi-fi free ogni duje metri. Ma giustamente quelli gli inglesi vanno ‘e press, li vedi sempre correre con un tramezzino surgelato ‘mmocc, e sta cosa mi tormenta, naggia capit’ perche vanno cosi di fretta. Se stavano a Napoli con l’R6 che passa una volta ogni morte ‘e papa, per finire tutti azzeccati con le cape sotto le scelle altrui, che facevano? Li trovavi impiccati alle fermate? Vabbuo, una città stressata che funziona. Comunque la prima sera, su consiglio di qualche fan, dopo ‘na bella passeggiata per Oxford Street e Carnaby Street si va a mangiare da ‘NANDO’S’ a Soho.

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Pollo alla brace con contorni e salse varie. Prendiamo la formula con due contorni e in due ne assaggiamo quattro: spiga alla brace, riso speziato, pane tostato all’aglio, patate. Il pollo non e’ male, non eccezionale e non indimenticabile, tra i contorni meglio la spiga e il pane degli altri, le salse un po troppo sciacquate, ma a tutto c’e’ un rimedio che si chiama ketchup della Heinz. Ah, prendi un soft drink (coca, sprite, cos), loro ti danno un bicchiere e te lo puoi riempire all’inverosimile, buon per ammortizzare un po’ i prezzi e per ritrovarti poi in un pub inglese a caso per un “can i use toilette?” da pipi’ fulminante. Vabbuo a nanna. Next day. Colazione in albergo schifosissima. Uova, bacon, sasiccia e fagioli? Fosse ‘o dijee. Pan carre’. Cotto e formaggio non mangiabili.Marmellate bruttissime. Caffe solubile. Gli altri giorni ‘amma rummut’ un’ora in piu’. Mai piu’. Meno male che quel giorno dovevo andare al BOROUGH MARKET.

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Un piccolo mercato, pieno di frutta, verdura, pane e street food. Come ti muovi trovi qualcosa di buono.

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Succhi di frutta fatto avanti a te. Padellone di paella che ti fanno assaggiare. Uno stand in cui c’erano addirittura salsicce di canguro, hamburger di coccodrillo o di zebra. Il primo giro mi imbambola completamente,  assaggio un sacco di cose ma ancora non ho capito cosa prendere. Il primo pezzo non e’ che lo ingarro molto. Trovo questo bancone di British Pork Pie, precisamente di ‘MRS KING PIES’.

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Chesso’? Avete presente Sweeney Todd? Quei tortini che pero’ loro fanno con carne umana? Qui era carne di puorco. Volevo solo assaggia’ ma la simpatica ciaciona burbera nun cacciava niente. Vedo che il tortino con pork e black pudding te ne da anche meta’ a 2 sterline, e ci provo a comprarne meta’ del “Authentic Melton Mowbray Pork Pie”. “Can i have an half…”. Lei sembra che stia per farlo. “…of this?” Ritira la mano acconpagnandola con un secco “Nnoouu”. E vabbuo ‘a Trinciabue dammi uno intero. Me lo magno, e ho subito la sensazione che freddo ‘ne cos, ma che forse caldo deve essere buonissimo: carne di maiale pressata, gelatina ottenuta dal brodo fatto con le ossa del maiale e tutt’attorno pasta sfoglia allo strutto. La mia ragazza mi guarda con una espressione da: “ma che cazz’ te magn”. E vabbuo, ci sta ancora un mercato intero. Seconda scelta, sbaglio a metà. Ci sta un chioschetto di panini mooolto invitanti, si chiama ‘NORTHFIELD KITCHEN”. Con hamburger, tagliata di carne, bacon. Bacon!

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Fronna di insalata, cipolle, tanto tanto bacon doppio e buonissimo. L’unico problema e’ che l’ho inguaiato con una mostarda che non so descrivervi. Non era piccante, ma ti saliva cosi’ tanto nel naso a mo’ di wasabi che ti faceva chiagnere, coca cola nel naso ogni morso. Peccato, mi ha rovinato un panino niente niente male. E vabbuo, terza chance. So dove andare e non posso sbagliare. Da ‘LE MARCHE DU QUARTIER’, una boutique di prodotti francesi. C’e’ una grande padellona piena di carne sfilacciata che cuoce nel suo grasso.

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“It’s duck”. E’ anatra. Dritta in una ciabatta con mostarda dolce francese e qualcosa di simile alla rucola. Fantastico. La carne una sapore buonissimo, straborda dal panino e grazie alla cottura ha quel croccantio perfetto per quella ciabatta morbida. Quanto vorrei ora un altro sandwich all’anatra al Borough Market.

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Soooooooo goooooooood! Ma non e’ finita qui, giornata piena di cibo, ci spostiamo a Covent Garden, e tra i due mercati c’e’ il patanaro che ci avevate suggerito, ‘DINNER JACKETS’, jacket potatoes, ovvero le patane sane cotte a legna con la buccia, spaccate in mezzo e farcite.

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Lo troviamo finalmente, e visto che a pranzo m’ero magnato mezzo Borough Market, la mia ragazza mi concede un solo tentativo a meta’ con lei. A lei non piacciono i formaggi, e allo solo crispy bacon. Il tipo spacca la patana, un po di burro standard per tutte le patane, taaaanto bacon e poi la passa in un altro fornetto dal quale esce fumante, e li capisco che non aver messo formaggio era un reato e meritavo di essere punito. Buona comunque, la patata e’ dolcissima e si sposa bene col salaticcio del bacon. Mannaggia mi sto piangendo il formaggio.

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E vabbè. Altri giri, altre bancarelle. La sera si va ad affonnare qualcosa di soldi. ‘HARD ROCK CAFE’ LONDON’.

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Bello, la fila scorre presto, “che bello gia stamm trasenn”, no, arriviamo finalmente all’ingresso, e capiamo che era la fila per dare il nome. N’altra ora e mezza. Finalmente mangiamo. Una vera  merda. Iniziamo con degli straccetti di pollo fritti, ancora mangiabili, ma il panino, ladies and gentlemen, faceva proprio schifo.

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Pane che si spappola appena lo tocchi, mentre tu ti fai una merda per mangiarlo, ma non te ne fotte perché devi far vedere a quei nientedibuono affianco che un panino dalle mie parti nun se magn cortello e forchetta. Fa l’omm oi’. Guarda la mia ragazza e vedi come si mangia un panino. Comunque, pane blaaa, hamburger di cartongesso senza alcun sapore, bacon di cartoncino. Non mi ricordo chi mi ha detto che all’Hard Rock di Londra si mangiava buon, mamma mia, nevermore. Meno male che anche qui c’era la bibita infinita, senno’ il conto salatissimo per aver mangiato cacca non si poteva giustifica’ e infatti “Tere’ fai due foto a tutto l’Hard Rock va’, almeno quello va’ ahahhahaha”. E vabbe. Juorno appriesso. Camden Town. ‘Na strada che la vedi da lontano e non le dai cento lire. Ti inoltri e ti arrigrei co tutte quelle bancarelle – ho comprato millemila t-shirt – co tutti quei palazzi checazzissimi, colorati e con le gigantografie varie appese. Grande. Ancora piu’ grande quel viuzzolo che apre al CAMDEN LOCK MARKET. Mamma mia, entri e piano piano ti accorgi che non e’ un mercato, ma una citta’ del cibo, mooolto piu’ grande del Borough. Tutte le etnie possibili, tutti i fieti buoni di tutto il mondo, assaggi di tutto e vi assicuro che ci ho perso la testa. Non sapevo dove fermarmi a mangiare sul serio oltre i duecentomila assaggi. Mi sono imbambolato e se non ci fosse stata la mia ragazza, mi sarei perso e avrei speso tutti i miei soldi.

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Alla fine abbiamo optato – dopo tre miliardi di assaggi da tutte le etnie – per un buon wurstellone polacco nella baguette con cipolle, e un indianissimo riso con tandoori chicken. Non memorabili. Li avrei potuti evitare per qualcosa di meglio ma una volta entrato li dentro ci perdi la testa. Finiamo il giro con un ottimo churros brasiliano con dulce de leche, praticamente il latte condendato cotto che diventa una deliziosa crema al caramello. Buono!

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E vi sembrera’ che in un paradiso del genere ci siamo tenuti leggeri. No, prima di entrare nel mercato avevo adocchiato una cosa favolosa. Un box pieno di meravigliose patate fresche e sopra un bellissimo pesciazzo in pastella di una doratura da canto delle sirene. E secondo voi me lo facevo scappa? ‘POPPIES’ fish&chips.

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Ristorante stile anni ’40, commesse bellissime che sembrano uscite da Grease, rock&roll e un servizio take away fantastico. Il pesce buonissimo, fritto da dio e con una panatura che oltre alla doratura aveva na croccantezza perfetta. Commovente ‘o pezzullo con tutta la pelle, troppo buono. E le patane? Forse le migliori mai mangiate, tagliate belle grandi, bionde, fritte alla perfezione, si scioglievano in bocca.

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In assoluto il mio posto preferito a Londra. La mia ragazza ha contato tutte le volte in cui le dicevo “buon eh?”, na ventina. Tant’e vero che ci sono tornato l’ultimo giorno in piena ruota di Poppies. Questa volta uno a testa, io ordino addirittura il big, mi faccio la foto con loro e mi faccio regalare uno dei loro fantastici box, “a souvenir for my private collection”, me’ bello mo sta nella mia stanzetta.

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Grande Poppies, ah se mia mamma avesse fatto sempre il pesce cosi, ora mio fratello non scapperebbe al solo pensiero. FAVOLOSO!

E che dire degli altri giorni? Tra musei e altri posti avevamo pochissimo tempo. Volevo andare da ‘Byron Hamburgers’ ma la sera che volevo andarci aveva gia’ chiuso. La stessa sera avevo optato come riserva per ‘Wong Kei’ a Chinatown ma erano le 23.15 e il cinese scustumato mi ha fatto capire che potevo fare un solo ordine e affogarmi in dieci minuti. ‘I want to relax’ e ci alziamo, e chill’ da lontano mi sfotte pure a mo’ di una notte da leoni ahhabbaba “he wants to reeelax…panzone” (panzone non lo ha detto ma quello era il senso). Ho provato per una sera – curiosissimo – l’altra attrazione dei primi italiani sbarcati a Londra: ‘KFC’.

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Sinceramente? Mi ha fatto proprio schifo. Insevatissimo, ne ho poggiato un pezzo sul tavolo su un tovagliolo, e quest’ultimo si e’ impurpato d’uoglio. Si’ ‘o lasciav altri due minuti la sopra so squagliava il tavolo. Pollo vecchio nel senso scannato nel 1947, e te ne accorgi da quella robba bianchiccia che ritrovi nelle “senghe”, la stessa che ritrovi nei polletti dei girarrosto dopo una settimana in frigo. Vicino oltre a delle patatine amare, ci hanno dato una spiga e dei fagioli che il mangiare dei gatti ha n’aspetto migliore. Nevermore, jatevennn vuje e KFC. Ah, ho provato anche una box di sushi vari di ‘WASABI: SUSHI & BENTO’, e’ una catena, piatti caldi e tanto takeaway di sushi fatto ogni giorno, e’ una delle mete preferite dei londinesi. Prezzi tenuti bassi. Non male.

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Ultima nota speciale per ‘BEN’S COOKIES’. N’altra catena. Cookies di tutti i tipi. Leggermente piu’ morbidi e pesanti degli altri, ma veramente buoni. Ne abbiamo provati quattro: classico con burro d’arachidi, scuro con noci e cioccolata a latte, classico con cioccolata a latte e praline, classico con cioccolata bianca. ‘Na bomba ma buoni.

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E infine schifezze di tutti i tipi, M&M’s nel bellissimo store, qualche barretta di cioccolata particolare e qualche altra trovata giappocingalese, noodles e vari tipi di pollo. Mamma mi’ Londra is only chicken, pollo dappertutto. Me ne so tornato che avevo bisogno di maiale, quello vero, hard rock overament, napoletano al massimo. Ed ecco mia mamma cosa mi ha fatto trova’ al mio ritorno:

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Spaghetti col soffritto – ‘a zuppa forte – londine’ guarda e impara 😀

Ma a parte qualche pecca sul cibo – ricordando pero’ che Poppies, il panino con l’anatra e i cookies di Ben’s mi so piaciuti assai – Londra e’ troppo bella, me so arrigriato. Anche se poi torni a Napoli e capisci perche’ ami ancora di piu’ la tua città, e la logica dei suoi ingegneri senza laurea. Come quando so uscito dall’aereoporto e un tassista/parcheggiatore mi guarda stranito perche’ si chiede se sò londinese, straniero in generale, per il mio aspetto, ma con qualche dubbio, e fa vicino all’altro: “oh, ma e’ napulitan?” e l’altro – standing ovation – “e nun ‘o vir’ ca’ ten’ ‘o cul’ a for?!?” ahhahahhahahhahahahahhahahaa ❤ w Napoli, rendi il ritorno dai posti belli sempre meno drammatico 🙂

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Egidio Cerrone

Testo e Foto sono proprietà di “Le avventure culinarie di Puok e Med”.
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