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Pizzeria I MASANIELLI

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Leggenda narra che nella contea di Caserta ci sia un posto magico. Dove abita uno stregone che ha le mani grandi come grande ha il cuore. Su di lui si narrano mille storie, si dice passi le sue giornate in una caverna dalla porta chiusa, col suo forno, montagne di farina e leccornie dalla Campania tutta. Trasforma l’oro in pizze e le pizze in oro, e nessuno ancora é riuscito a capire come fa, con quelle mani così grosse, a regalare a compaesani e forestieri quei gioielli che solo nani e folletti di terre lontane riuscirebbero a plasmare. Questa è la storia del gigante buono di Caserta: Francesco Martucci, pizzeria I Masanielli, top 3 in Campania.
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La sua storia ha inizio in una caverna ancora più piccola a pochi passi dall’attuale dimora. Lì il giovane Francesco, leader simpaticone tra gli amici e tra gli spalti della squadra del paese, coltiva la sua passione per l’arte bianca. In quel buco a insegna I Masanielli, che oggi esiste ancora ed è gestito dal fratello Sasà, Francesco ammacca e concia, ammacca e concia, e nel frattempo studia, sperimenta, e come fanno quelli che poi diventano i migliori, gira la Campania e assaggia, si confronta, si intrufola nelle aziende conosciute e non, umilmente si presenta e umilmente si mette in gioco. Pochi anni e i Masanielli iniziano a diventare qualcuno, e piano piano la vecchia pizzeria d’asporto con qualche tavolo inizia a diventare stretta per un gigante del genere. Ha bisogno di spazi, non per lui che trascinato dalla passione si fa piccolo piccolo tra banco e forno, ma per chi inizia a voler bene a lui e alla sua pizza. Cerca una caverna più grossa, la trova a viale Lincoln, umile ma accogliente, e di nuovo piano piano spertòsa la noce. Oggi a Caserta la sua pizza è un cult, ogni sera svariate centinaia di avventori che aspettano che inizi lo spettacolo. Come Gandalf e i suoi fuochi d’artificio, Francesco e le sue pizze.
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Ricordo ancora la prima volta che andai a trovarlo. C’era Linda alla cassa, moglie e so(u)pporter, che ancora non mi conosceva. Chiesi di questo gigante leggendario e rimase stupita da un pellegrino così entusiasta. Attraversai veloce la sala gremita e spalancai la porta della caverna. Fu emozionante, c’era questo omone che accarezzava dischi di pasta, pareva tenesse dei fiori preziosi tra le mani. Si gira al mo avvento, incrocio di facce belle, e quella accoglienza quasi natalizia che manco Babbo Natale: “Oh oh ohhhhhhhhh”. Era felicissimo, e io non sapevo ancora che da li a pochi minuti lo sarei stato il triplo. Non sapevo che da li a pochi minuti avrei mangiato una delle pizze più buone della mia vita.

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Perchè le pizze di Francesco non puoi trovarle altrove. C’è troppo di lui in quella pasta, c’è troppo la sua storia e la sua esperienza. C’è la sua ricerca, in tutto. Impasto meraviglioso, se lo prendi tra le mani prima di stenderlo inizia a liquefarsi, è tutt’acqua. Se lo vuoi stendere bastano tre mosse: un tuffo nella farina, pochi secondi di polpastrelli e quando incredibilmente si è già stesa, un giro sul dorso della mano ed è pronta. Ha qualche segreto, qualche diavoleria da stregone, una sapienza intrinseca, chi lo sa, ma quell’impasto è di un altro pianeta. Superman.

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Dopo che l’ha cunciata con l’affetto che darebbe al figlio, se la gode vedendola crescere bella al forno. S’abboffa, addiventa ‘nu canotto, la legna ardente si fa compressore e da la dentro quelle pizze escono piene d’aria, belle che già le vedi e capisci che sarà come affondare un coltello nel burro. Magnifique.

Una leggerezza spaventosa. Che rinuncia un pò allo zuccherino piacere di una pizza cromaticamente più classica ma spinge la scioglievolezza oltre ogni limite. Al boccone si scioglie in bocca e si fa tutt’uno con i meravigliosi ingredienti ricercati da Francesco negli anni. Basta aprire il menù, sembra una guida Slow Food. C’è una cura maniacale per il topping, ci sono pizze favolose alle quali ogni settimana se ne aggiunge qualcuna nuova, perchè sarà capitato che Francesco avrà utilizzato l’ennesimo lunedì di chiusura per tuffarsi in un nuovo caseificio, un nuovo allevamento, una nuova salumeria, gastronomia, macelleria, da un nuovo contadino.

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E se il caro Francesco riesce a fare questo, nce sta niente a fà, è un grande e meriterebbe di essere in tutte le guide gastronomiche, rispetto e una stima infinita. Ma se è finito tra queste calorose righe è perchè mi ha conquistato con le pizze più semplici e difficili di sempre. Quelle che se ordini sempre quelle, è facile che quella è diventata subito una delle tue pizzerie del cuore: margherita e marinara. Ogni volta che torno, non ci scappa, se pure ne mangio tre queste sò le prime due. Gioielli rari e indimenticabili, un sogno. The Puok’s best friends.

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E come in tutte le belle storie c’è sempre una mamma. Fritture e presenza in cucina, “Mammà mò ti arriva ‘na pizza per una montanara”.

E che montanara. Putess’ bastà la classica pummarulella e bufala, ma solo dio sà quant’è bona ‘a montanara ‘cu amatricana. Caserta tra Napoli e Roma. Pornografia pura e festa per i peccatori di gola. Chiedetela ripassata al forno e solo con pecorino senza altri latticini. E verite che ve magnate, guanciale, pummarola leggeremente piccante, ‘a botta e furmaggio e quella pasta che pare ‘na nuvola dove tutto poggia. Mammamì.

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Caserta quindi vibra e vibra forte. Nella sua arena c’è un leone, un vero maestro. C’è Francesco Martucci, i suoi Masanielli e la sua pizza meravigliosa.

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Pizzeria I MASANIELLI
Viale Lincoln, 27
Caserta (CE)

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Pizzeria “Da Attilio”

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Questa è la storia di un tempio nel bel mezzo ‘ro burdell. Allucchi di pescivendoli, bancarielli ‘e per e o musso, fritture e pizze a portafoglio, un via vai incessante di gente da ogni dove, la quintessenza della napoletanità tutta concentrata nella Pignasecca. Ed è in quei vicoli calorosi che a un certo punto può accadere la magia. Basta fermarsi lì, Da Attilio.

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Perchè quel posto sembra starsene lì senza far rumore, ma carico di quella sacralità che calamita anche il passante più impegnato, che da fuori non può non scrutare quel dolce far pizza, quel romantico covo familiare, quell’uomo placido, un pò monaco, quasi zen, che prima ti incuriosisce con quello sguardo fisso che non si distrae tra forno e bancariello, e poi ti emoziona quando quello sguardo lo incroci e ti regala un sorriso vero, pulito e senza fronzoli. Signori e signore, queste è la storia di Attilio Bachetti e del suo tempio. Pizzeria Da Attilio.

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Erede del “primo Attilio”, quel nonno che nel 1938 aprì la pizzeria. Chissà se immaginava che proprio la “supponta” riuscisse a portare l’attività di famiglia ai livelli attuali, 3 spicchi del Gambero Rosso, l’apprezzamento di tutta la stampa e l’amore di popolo e turisti. Chissà se immaginava che alla prematura morte del figlio Mario, papà di Attilio II, quella forza della natura della nuora riuscisse a mandare avanti con così tanta forza e coraggio la loro cara “puteca”. Fu proprio lei, la signora Maria Francesca, due figli a carico, a diventare in un colpo solo mamma, papà e direttore. E se oggi Attilio è uno dei più grandi pizzaioli napoletani e sua sorella Angelina governa la sala come pochi, non c’è nulla da aggiungere: Maria Francesca ce l’ha fatta.

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E che vi credete che ora che Attilio e Angelina sono grandi, lei si sta godendo la meritata “pensione”? A ‘na guerriera come lei devi solo cacciarla, lucida come non mai, sergente di ferro, che si emoziona ancora come una bambina tra quei pentoloni per deliziare i clienti anche a mò di trattoria, e ancor di più a preparare insieme ad Attilio uno dei must indiscussi della casa: il crocchettone di salsiccia e friarielli.

E’ un gioco di squadra. Probabilmente lei scaura le patate, Attilio ammesca e concia, “staglia”, pesa e va di provola. Infine due palmi di mano sul pallottone, annanz’ a aret’, annanz’ e aret’, il cilindro si forma e il crocchettone prende forma. Tocca di nuovo a lei, mi chiama per dirmi che mò viene la fase importante, ma sorridendo e sghignazzando mi dice pure che quella parte non può farmela vedere. Si mette davanti, non mi fa copiare e dice che “è un segreto, perciò giuvinò ti piace così assai la nostra impanatura”. Quel che si sa e che sicuramente gli conferisce quel sapore tremendamente rustico e spettacolarmente croccante è ‘o pane rattato, che commerciale non lo è manco per scherzo. Attilio è masto ‘e l’impasto, pizza sì, ma anche pane. E che pane. Con le Att-caverne.

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Ne fa qualche pezzo ogni mattina quando il forno è ancora basso. Fortunati chi sceglie la trattoria, fortunatissimi chi si piglia i fritti della casa. Pecchè quello che esce da questo pane non è semplice pangrattato, è polvere magica in grani grossi.

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L’impanatura è pronta, il segreto è custodito dietro quelle spalluccelle ‘e femmena, tocca di nuovo a lei, si frigge. Nessuna friggitrice all’avanguardia, nessuna schiumarola di battaglia, pentola ‘e casa piena d’olio e un paio di forchette, p’avutà e pe girà, “piano piano vedi giuvinò”. Alla fine che poesia quando è pronto, dorato e promettente.

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Scrocchiarello al taglio di forchetta, il cuore morbidissimo, di patata vera, filante di provola, e stimolante per il leggero amariccio e piccante del friariello. Qualche decina di centimetri di goduria. Food Porn overamente, Huge.

Decisamente interessante, scoperta emozionante, la frittatina. “Attì, ma a me nun me piace la frittatina con l’impanatura, esiste un solo posto al mondo in cui mi piace”. Manco a dirlo interviene lei: “Bello, ma tu devi assaggiare e poi mi dici. Attì fagliene una a volo a volo”.

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Marò, scemo di un Puok, allo vir’ o film e nun ‘o capisci? La stessa impanatura spaziale, lo stesso cuore filante, la besciamella non invadente, i piselli saporiti e quei tocchetti di salame accunciati col vino rosso. Che meravigliosa malatìa. Buonissima, ufficialmente la seconda frittatina al mondo con impanatura ad entrare nel cuore di un giovane Puok. Ahhhhh.

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E se vi dicessi che il bello deve ancora venire, non mi credete vero? Fermatevi, non scappate, la pizza di Attilio è meravigliosa.

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La “suppont prodige” è un vero maestro e il suo impasto ha pochi rivali. Il segreto? Lui lo accenna, è la maturazione. Quella che ottiene con una lunghissima lievitazione, almeno 24 ore, qualche volta anche di più. “Egì, come era sta pizza? Vuoi sape quando l’ho impastata? L’altro ieri, so 36 ore, oggi ti stai mangiando l’impasto premium”. Ed è per questo che la sua pizza ha quella crosticina millesimale così bella e saporita. Ed è per questo che ne puoi mangiare due e non le senti. Ed è per questo che la pizzeria Da Attilio è il sogno di tutti i veraci, quelli che amano ‘a pummarola schiacciata con le mani, i latticini tagliati a mano, uoglio e furmaggio generosi, e la bellissima sensazione di poterne mangiare più di una.

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Leggerezza e sapori di una volta, profumi di una volta. Quando entri in quel tempio cambi anche aria, e come in poche pizzerie storiche senti tutto il profumo della vera pizza napoletana. ‘Na ventata ‘e vasinicola.

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E infine la pizza che più mi fa impazzire in casa Attilio. La “Appennini”. E’ a forma di stella come la sua più celebre pizza, la “Carnevale”. Ha le punte ripiene di ricotta e al centro fiordilatte, zucchine e funghi porcini. Ed è una capata assurda, a tal punto da definirla geniale, più io che il suo creatore. E mo vi spiego perchè.

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Perchè al centro i due ingredienti principali sono forti, protagonisti, gonfi di carattere. Le zucchine sono saltate in padella con la pancetta e sono spettacolari, zucchero allardiato. I funghi porcini, per definizione e perchè quì sono ancora più spaziali, hanno un sapore intenso. Il fiordilatte leggermente smorza tutto, ma sono le punte di freschissima ricotta a far partire il trip, lo sballo. Basta tagliare la pizza in otto, ed ogni fetta morderla dal centro verso la punta ripiena. Il viaggio inizia forte, strasaporito, la ricotta ti addolcisce la bocca, il cornicione te la pulisce, pronta per la prossima fetta. Di nuovo sapori forti, la ricotta addolcisce, il cornicione pulisce. Di nuovo sapori forti, la ricotta addolcisce, il cornicione pulisce. It’s like Rum e Pera. E’ la mia droga.

Pizzeria DA ATTILIO
Via Pignasecca, 17
Napoli (NA)

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Pizzeria “50 Kalò di Ciro Salvo”

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     50 kalò /ʧiŋˈkwaːnta kaˈlɔ/ 
            50 è il numero che nella cabala rappresenta il pane, l'impasto
             Kalò deriva dal greco e nel gergo dei pizzaioli vuol dire “buono"
             "50 kalò" vuol dire "impasto buono"

Quando ho sentito parlar di lui la prima volta, Ciro Salvo era già una star. Una di quelle star in grado di illuminare anche posti lontani dai riflettori. E l’effetto era stranissimo, un po’ come vedere Daniel Day-Lewis recitare in una fiction, un po’ come vedere Maradona giocare nel Sassuolo. Ricordo il giorno in cui decisi di andare a trovarlo, chiesi a un caro amico di accompagnarmi e la sua risposta fu seguita da un grandissimo hurrà: “Tieni in mano, che adesso Ciro arriva a Napoli”. L’ho aspettato, quando all’inaugurazione non ho potuto esserci ho pazientato, ma quando finalmente l’ho incontrato me ne sono innamorato.

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Perché Ciro rappresenta il pizzaiolo perfetto nel 2015. Lo studio dell’impasto e la continua ricerca dei migliori ingredienti lo proiettano nel futuro. L’uomo dietro la stella, la sua umiltà e il suo essere comunque così dannatamente semplice e senza fronzoli lo legano alle preziose radici del passato, quello dei pizzaioli vecchia scuola, capa ‘e bancariello. Ciro non è altro che quello che così brillantemente manipola: farina, lievito e soprattutto acqua, tantissima acqua.

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Perché l’impasto di Ciro chell’è: acqua, “pura ingegneria” e ricordo ancora con qualche brivido il primissimo boccone. Il coltello che affondava la lama come in un burro, nel cornicione che al pigiar del dito respirava ritornando nel suo stato regale, l’incredibile scioglievolezza. Alzai la faccia, guardai la mia commensale e riuscii a dire soltanto due parole: ZUCCHERO FILATO. Wow!

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E’ qui infatti, a due passi dal lungomare di Mergellina, che ho trovato la mia margherita. Il pomodoro è ‘nu zucchero, il fiordilatte delicato, l’olio una straordinaria chicca, così buono che potrei piegare la pizza a libretto e berlo, come se, insaporito da tutto il resto, sgorgasse da una fonte nella piega del cornicione. Pornografia EVO.

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Ma se la margherita (insieme alla marinara) è sempre stato il mio banco di prova preferito, da Ciro c’è da perdere la testa con l’incredibile varietà di gusti, colori, sapori. Un piccolo paradiso di pizze, uno di quei posti in cui devi progettare un piano di assaggi su scala annuale. Per sorprenderti e coccolarti, come se fosse ogni volta una nuova scoperta. A partire dai fritti.

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Dove il top è la montanara classica, così leggera che il ragù impreziosito di carne di marchigiana, il basilico e la spolverata di grana sembrano poggiare su una nuvola. Solo così la pizza fritta si fa antipasto gustoso, ambito, ordinato [mo ce vò] con leggerezza. Spettacolare, per freschezza e gusto, la variante con pancetta e burrata.

‘O llatte ‘mmocca, prima del piccolo gioiellino della casa: la frittatina. Una di quelle la cui grandezza è inversamente proporzionale alla bontà. Pecchè è piccerella, come la intende Ciro ‘nu murzillo “che deve aprì lo stomaco senza appesantire”, ma esplode in bocca grazie al delizioso cuore di ragù. Una bomba tascabile, perfetta compagna del perfettibile panzarotto provola e salame.

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Ed è solo l’inizio di un grande sogno, basta fare due passi, arrivare a bocca di forno e godersi lo spettacolo. Ciro pesca l’ostico panetto e lo ammacca come solo lui sa fare, è il “suo” impasto, è sangue del suo sangue. Al suo fianco un “conciatore”, e ammacca e cuoncia, ammacca e cuoncia le pizze arrivano al “fornaro”, che in pochi secondi le avvampa lasciandole morbide come Ciro le ha fatte. Belle, bellissime con l’aggiunta dei salumi in uscita, ‘na rattata ‘e furmaggio e l’ultimo giro d’olio. Una sequenza da guardare in loop senza mai stancarsi, di volta in volta cambiano i colori, esplodono i profumi, e nascono capolavori.

La pizza dell’Alleanza con cipolla ramata di Montoro, lardo e conciato romano, la pizza Lasagna con macinato, pomodoro e ricotta, la pomodorini e bufala, la fiori di zucca ricotta e salame, la margherita salame e pecorino, la mitica e insuperabile margherita con la nduja, quella con macinato e papaccelle, la salsiccia e funghi porcini, quella col cotto San Giovanni, la classica marinara di una bontà pazzesca che ti sembra di mangiare pomodoro appena colto e schiacciato tra le mani, la marinara con le scarole la cui freschezza è paragonabile solo alla potenza con la quale ti esplodono in bocca chiapperi ‘e aulive, quella col capocollo di Martina Franca, quella col carpaccio di manzo, l’eccezionale Ripieno Bianco che è bello, buono e giusto, la soffice pizza fritta.

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Un tempio della pizza nel cuore di Napoli, dove ‘stu disco ‘e pasta si fa sacro, lo si venera e lo si onora. Al suo interno vi è un vero, autentico maestro dalle mani d’oro, un mito, an instant classic, un uomo come tanti con una sola ambizione nella vita: fare un “impasto buono”, 50 Kalò.

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Pizzeria 50 KALO’ di CIRO SALVO
Piazza Sannazzaro 201/B
Napoli (NA)

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Pizzeria “GAETANO GENOVESI”

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Quella che sto per raccontarvi è una bella storia. E’ la storia di un uomo comune e del suo riscatto. E’ la storia di Gaetano Genovesi e della sua pizzeria a Via Manzoni.

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Gaetano è uno di quelli che nella pizza c’è nato e c’è cresciuto. Terza generazione di pizzaioli, a 14 anni già dietro quel bancone e tanti e tanti anni senza mai fermarsi, quando a Napoli c’erano poche pizzerie e il locale andava più che bene. Poi, come nella storia di tanti uomini sono arrivati quei giorni in cui, forse nel non saper stare al passo coi tempi e nel non sapersi muovere in un mondo in cui il buono è ancora più buono se sai comunicarlo, Gaetano ha perso gli stimoli, facendo a detta sua non pochi danni. Poca voglia di lavorare, poca voglia di fare il mestiere che aveva sempre amato, addirittura ‘nu guaglione al posto suo dietro al bancariello. Aveva completamente abbandonato la nave e stava per bruciare il lavoro di una vita. Chissà come però, chissà cosa un giorno lo ha illuminato. Sarà stata la sala vuota, qualche vecchio cliente perso, ma una botta d’orgoglio forte, fortissima, e Geatano è rinato, si è rimesso in gioco, si è aggiornato, ha rilevato la sua pizzeria dissociandola dal noto marchio in franchising Solopizza, e oggi punta tutto sulla qualità, una simpatia innata e una ospitalità ritrovata. Quel che segue è il resoconto del suo bellissimo riscatto.

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Faccia ‘e corna e un sorriso coinvolgente, il sosia di Messi è un pizzaiolo decisamente sottovalutato. Mani esperte, impasto leggero e prodotti di prima scelta, cuore verace: gli ingredienti che fanno della sua pizza una delle più belle rivelazioni in città. Marinara per credere.

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Soffice e gustosa grazie alla bella maturazione, aglio delicato, una esplosione di origano e un pomodoro che è zucchero, e zucchero rimane grazie alla cottura perfetta. Il bagno d’olio che deve avere una Marinara with a capital M mette insieme il tutto e regala al cuore una pizza da ricordare.

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E quando la marinara è così buona, sul resto c’è da star tranquilli. Saran pizze leggere ma decisamente saporite, da lasciarsi andare in un giro pizza, da gustare poco alla volta, perché pazziann’ e rirenn’ da Gaetano val proprio la pena farsi una grande pizziàta. Pizza col soffritto per credere.

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Fritta, cornicioni ripieni di ricotta, lardiata coi pomodorini, col soffrito o la salsicca artigianale che ogni tre quattro giorni gli porta “un signore” da Trentola, ogni pizza è una leggera e deliziosa botta di sapore, e se proprio non si è sicuri, margherita per credere.

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Impasto idratato e un ottimo fior di latte di Agerola che raggiunge il top quando glielo chiedi tagliato a pezzi grossi, a mano, che insieme a quel pomodoro dolce e a un buonissimo olio, regala alla margherita di Gaetano degli umori da grande pizza. Bella, buona overamente.

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Come a dire “Gaetà, aro stiv’ fino a mò? Cà ce stamm’ arrigriann”. Il capitano è tornato sulla nave e tutto il suo equipaggio è a sua immagine e somiglianza. No, non somigliano tutti a Messi, hanno tutti un grande cuore. Provare per credere.

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Pizzeria “STARITA”

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Nel vecchio rione Materdei, dove il tempo si è fermato a spasso tra quei vicoli, c’è un piccolo tempio mai abbandonato, frequentato, amato, e spassionatamente curato. È il tempio di Don Antonio, è il suo negozio di bomboniere, è la leggendaria pizzeria Starita.

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Classe 1901, quando era soltanto una cantina e nessuno immaginava che da lì a 50 anni sarebbe diventata il vascio più famoso della storia del cinema, quello dell’indimenticabile Sofia Loren ne L’oro di Napoli di Vittorio De Sica. Era il 1954 quando la bella adultera deliziava i passanti a suon di pizze fritte, districandosi tra domande e sospetti di un marito geloso. E quello che oggi non è semplice pizzaiolo, ma una vera e propria istituzione, quei giorni li ha passati da bambino, intrappolando per sempre l’entusiasmo infantile di quella esperienza. Oggi, Don Antonio Starita, di poche pochissime parole, parla con gli occhi, e sono quelli sognanti e ancora infantili, che lo hanno portato prima a fare di “Starita a Materdei” un posto magnifico e amato da tutti i napoletani, e poi a imporre le sue bellissime pizze oltreoceano, ad Atlanta e New York dove il “Don Antonio by Starita” spopola. Il segreto è nell’umiltà delle sue domande: “Ti piace come lavoriamo?” Ciuccio di fatica al servizio dei suoi sogni, moglie e i due figli, uno al banco l’altra in cassa, i suoi primi fedelissimi followers.

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Sogni per lui, sogno di tutti. Starita oggi è una pizzeria popolare che ha fidelizzato generazioni di clienti con un solo ed unico segreto: ‘o sapurito, che contraddistingue dal primo all’ultimo ogni tassello di un menù apprezzato e scopiazzato in tutta la Campania. Ma scopiazzare è facile, riproporre quel gusto, è nata cosa. È per questo che oggi certe cose le trovi dappertutto, ma se dici angioletti pensi a Starita, ciurilli ripieni pensi a Starita, montanara fritta e al forno pensi a Starita. Perchè Starita is like Coke, all the others are just Pepsi.

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Gusto, gusto, gusto. Partendo dai fritti, non ne sbagliano uno. Il panzarotto è come quello di casa tua, semplice e saporito, come se lo avesse impastato tua nonna, impanato tua mamma e fritto tua zia.

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Il ciurillo ripieno da divorare come se non esistesse altrove, e forse così è. La frittatina, l’unica con impanatura che io abbia mai amato in una vita di pastelle. Anche nel cuore è diversa da tutte le altre, insieme alla besciamella c’è cotto e provola, al posto dei bucatini gli spaghetti. Al primo incontro non fu amore a prima vista, e non gli diedi due lire. Ora se ho due lire me le spendo a frittatine di Starita, fu amore a primo morso.

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Immancabili, allo stesso modo di una birra a Monaco, gli angioletti. Qui sono soffici e fragranti, e il condimento è perfetto. Il taglio dei pomodorini, quelli piccoli piccoli, dolcissimi e accuratamente selezionati, è una Chicca with a capital C. I love ’em.

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But my deepest love è ‘a montanara fritta al forno, la star di Materdei. Metti che da Starita sui fritti stai in mano all’arte, metti che quel disco di pasta fritto te lo condiscono con la loro mano devota al sapurito, metti che la cuociono alla perfezione in quei rutellucci a bocca di forno.

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Esce fuori un capolavoro. Fragrante, leggerissima, dal gusto inimitabile, nella pasta e nel topping. Provola, formaggio, basilico e pomodori, umori straordinari, che vuoi di più, te le magnà e basta. È la sintesi di Starita, il punto di incontro tra la leggendaria friggitoria, e il negozio di bomboniere: le pizze al forno.

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puok e med starita

puok e med starita

Piccole, decisamente tonde e con quel cornicione pronunciato, in quel piatto blu lucido e brillante, tutte uguali e tutte diverse, ricche di colori. Dal forno di Starita non escono pizze, escono bomboniere. Così belle che nun me magnass, ce mettesse i confetti affianco.

puok e med starita

puok e med starita

E invece ‘me mangio, perchè son buone da morire. Su quell’impasto vecchia scuola, oggi probabilmente superato da superpizzaiuoli 2.0 sicuramente devoti al Don, spicca quella piacevole e rassicurante botta di sapore. Ogni pizza, dalla margherita al ripieno fritto, da quella coi pistacchi a quella ciurilli e noci, è incredibilmente gustosa.

puok e med starita ripieno forno

E sono fermamente convinto che non sono gli ingredienti al top, non sono i marchi, non sono le etichette di ogni prodotto che fanno della pizza di Starita una pizza da ricordare. Il gusto imperante nelle pizze di Starita viene da mani casereccie e sagge, è maestria dell’equilibrio, senza giocare a togliere, semplice, naturale e perfetto mettere a occhio, qb.

puok e med starita margherita

PIZZERIA “STARITA”
Via Materdei, 27-28
Napoli (NA)

Benvenuti nella season 3

puok e med season 3

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Egidio Cerrone

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ROMA STRIT FOOD TOUR

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Roma, come mi piace Roma. Sempre piena di gente che quasi fai fatica a muoverti, caotica e caciarona, a me invece rilassa e ci tornerei una volta all’anno, pure per fare il solito giro, pure per fermarmi soltanto un paio d’ore su un muretto di fronte al Colosseo, o per stendermi un po’ a piazza San Pietro, o per starmene tutta una serata ad ascoltare la Fontana di Trevi. Mi fa star bene, la adoro, e le migliori amiche lo sanno.

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Sanno pure che quest’anno volevo tornarci quasi solo per mangiare, dalla mattina alla sera, e che al Colosseo mi ci sarei fermato solo per rifiatare, a piazza San Pietro mi sarei steso solo per farmi ‘na pennichella da coma post-prandiale, e che la sera non avrei avuto manco la lucidità di dire “no, signor cingalese, la tengo la macchina fotografica, non la voglio la sua foto di me che butto cinque centesimi nella fontana di Trevi”.  E (quasi) solo per mangiare, partenza alle 6:30, più o meno l’orario dell’anno prima, l’anno in cui alle 7 del mattino facemmo schiattare d’invidia tutta la carrozza con delle grandissime frittate di pasta sbranate alla faccia di qualche cornettocessodastazione. E se l’anno scorso quella che poi è diventata una di queste avventure fu pura improvvisazione, quest’anno macchina fotografica alla mano, e su un pezzo di carta i migliori consigli culinari che se c’avevi sei giorni manco ce la facevi. Noi ne avevamo uno, e nel magico calderone dei suggerimenti top firmati Lorenzo Sandano, Streatit e semplicemente laggènte, forse forse, “niente niente, abbiamo scelto bene, proprio bene”. State a guardà.

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Un po’ per appaciare la mia bella che praticamente ce la siamo trascinati nel nostro Roma Strit Food Tour, un po’ perché era uno di quei posti che ancora mi mancava, un po’ perché ‘na passeggiata a prima mattina avrebbe giustificato ogni possibile caloria che avrei ingurgitato da lì a poco, la giornata a Roma è iniziata tra i vialetti alberati di Villa Borghese. Tanto verde, un laghetto, le papere e le barchette, una fame di pazzi, quest’anno non ci eravamo portati nessuna frittata di maccheroni. Quest’anno avremmo iniziato alla grande, direzione Trionfale, in buone e gigantesche mani.

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L’omone dalle mani d’oro più famoso di Italia, roba che se a Trionfale dici Giulio Cesare qualcuno c’ha qualche dubbio, se dici Bonci invece, lo sanno tutti. Ah Gabriele, mi dicevano che non era per niente ovvio trovarti e invece, grosso, preso dal lavoro, sei uscito dal tuo panificio proprio nell’istante in cui siamo arrivati. Perché guidati da lui, da gran padrone di casa, quello che già sempre subito incredibilmente bello diventa magico.

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Il PANIFICIO DI BONCI è una esplosione di profumi. I tre miliardi di pani, i tre miliardi di dolci, focaccine, focaccione, e quelle pizze al taglio che da lì a poco sarebbero state n’epifania. Ma ancor prima di loro quella porchetta messa lì sopra giusto per fartela desiderare. Mi dicono che sia la porchetta di Ariccia più buona, “Gabriè fammi assaggià”. Detto fatto, ‘na rosetta riscaldata, taglio grossolano al coltello e inizia la festa.

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Straordinaria, delicata ma saporita, umorosa, quel panino era il burro. La mia grandissima prima colazione romana, seguita a ruota da una focaccina coi fiori di zucca che era praticamente ‘na nuvoletta, una serie di pizze dall’impasto extraterrestre fatto di caverne e aria, e una pizza bianca con la mortazza che mai più dimenticherò. Una pasta così croccanticcia ma allo stesso tempo così scioglievole non l’avevo mai vista. Goduria.

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Mi ci sarei fermato almeno un paio d’ore, ma il tempo stringe e Gabriele ci invita a provare tutto il resto del suo repertorio, il posto in cui risiede tutto il suo genio e la sua bravura, il suo tempio della pizza a taglio, il PIZZARIUM. Ci stavo per andà subito, ma poi m’avevano detto di farmi un giro nel mercato di Trionfale, che sta lì in mezzo tra i due bonci, per una piccola pausa a suon di fragole e il rimpianto di non aver provato anche la porchetta di quel vecchietto che ne vendeva a kg in simpatici panini da bancarella.

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E meno male che ho fatto la capatina al mercato, giusto il tempo che Gabrielone ha smontato a un bonci e ha montato a n’altro. “Grandeeee”, ha esclamato quando mi ha visto arrivare al Pizzarium, forse credeva che avessi già preso una metro per continuare il tour romano, e invece no, mi ero già affezionato a quell’omaccione tutto cuore e farina. E se fino a mò degli impasti ve ne ho solo parlato, mo rifatevi gli occhi, state a guardà.

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Bonci al Pizzarium fa delle cose pazzesche. Se di là era n’esplosione di profumi, qui è n’esplosione ininterrotta di colori e sapori. Gabriele sperimenta e propone abbinamenti fantastici, originali, utilizzando prodotti straordinari in un circuito che ci mette poco a passare dal piccolo agricoltore al consumatore. Ma al di là di questa entusiasmante festa in teglia, io sono ancora qui a chiedermi da quale pianeta viene quell’impasto. Una maglia sottilissima, che tiene qualsiasi topping innalzandosi in grosse bolle, capace di farsi croccante ma di sparire in bocca in una irresistibile scioglievolezza. Roba che se mi piace definire l’impasto di Ciro Salvo pura ingegneria, questo è pura nanotecnologia, è aria, acqua e un po’ di farina. Spettacolare e indimenticabile, pranzo perfetto di metà tour prima di ripartire, direzione Vaticano. Lì ci son degli amici, una vecchia avventura “consumata” l’anno prima, nel giorno della frittata. Mi han promesso il loro cappello e fanno anche dei panini dolci. Si ritorna al 200 GRADI, una coca, un panino nutella, crema di mascarpone al caffè e pistacchi e una foto con Gianni Mancini e il loro buon pane.

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Pausa piacevole e rilassante, altro abbondante relax a piazza San Pietro, e di nuovo in viaggio. N’attimo al Colosseo a caricare altri amici che ci hanno raggiunto a Roma in auto, e dritti verso Testaccio. Lì c’è un cosa che volevo provare da anni, ennesima invenzione di un geniaccio che da queste parti non è nuovo, il mitico pizzaiolo romano Stefano Callegari. Vi ricordate la sua grandissima pizza cacio e pepe performed in quel di Alvignano?

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Ve la descrissi così: “una pizza all’apparenza normale, coperta all’uscita da un dito e mezzo di cacio e pepe e olio di oliva. Mo’ se voi ammaccate ‘na pizza e la infornate a mò di focaccia, quando poi esce e aggiungete il formaggio, quest’ultimo non legherà, non c’è umidità all’interfaccia. E chessènventato quel diavolaccio di Callegari? Inforna la focaccia coperta da cubetti di ghiaccio, questi in cottura liquefano ed evaporano lasciando la superficie umida come quando è coperta dal pomodoro, e in questo modo, il cacio a contatto “sèncolla” e si fa quasi ‘na cremina, mentre il resto rimane asciutto e fresco per consistenza e sapore. ‘Na botta di vita, dal sapore unico e spettacolarmente violento”. Me ne innamorai, e promisi a Stefano che un giorno sarei andato a Roma a provare la sua super invenzione street. Detto fatto, spuntino pomeridiano, TRAPIZZINO.

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E cos’è st’altra diavoleria? E’ il trapizzino, a metà tra ‘na pizza e un tramezzino. Si parte da una pizza bianca, impasto leggerissimo con un lievito madre di duecento anni, cotta con sopra una griglia da ingegneria callegari. Così, quando l’impasto s’alza in cottura, ne vengon fuori dei bellissimi quadrati di pizza, che tagliati in diagonale riprendono la classica forma a triangolo di un tramezzino, e a loro volta spaccati all’interno accolgono, a scelta, delle abbondanti cucchiaiate di cucina delle nonne: trippa, coda alla vaccinara, pollo alla cacciatora, misticanza, caponata, padellaccia di maiale, parmigiana di melanzane, polpette al sugo, picchiapò, seppie con piselli, zighinì, involtino alla romana, genovese, burrata e acciughe, ceci e baccalà, baccalà alla puttanesca, tanta roba ancora, e infine quella che non potevo non piglià, la buonissima lingua in salsa verde: lingua di vitella lessata e tagliata sottile che nella sua dolcezza fa praticamente da contorno neutro alla fantastica salsa di prezzemolo, acciughe, olive, mollica, aglio, olio e capperi. Mammamì.

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Quando si dice tradizione e innovazione? Trapizzino. Che non lascia nulla al caso, la griglia fa miracoli. Perché sarebbe stato facile prendere una qualsiasi pizza e farne nei triangoli, ma è la chiusura ermetica ai due lati del trapizzino che lo rendono irresistibile, che praticamente vuol dire che lì dentro ci può mettere qualsiasi cosa calda, unta e sugosa, il trapizzino non si spappola e racchiude tutto in una goduria morso dopo morso, gusto dopo gusto. Perché un paio di gusti a testa – chi tre – ce li siamo fatti, in una mezz’oretta di capate ai trapizzini altrui. Che spettacolo.

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Ahhhhh, spuntino consumato, mezz’oretta di sfascio sulle panchine, quattro passi a Testaccio e di nuovo metro. Si va a “recogliere” altri amici, romani de Roma, punto di incontro Piazza di Spagna. Relax sulla scalinata, assaggio di un famoso tiramisù lì a pochi passi che non mi ha detto niente di chè, ‘na mezz’oretta abbondante ad ascoltare la Fontana di Trevi e ad esprimere desideri improbabili, e in marcia verso l’ultima meta di questo Roma Strit Food Tour. “Strit” come stretto, piccolo, perché se avessi avuto un paio d’ore in più e un motorino ora stareste solo a metà del racconto di un “so fucking large tour”. E quale posto migliore per terminare il tour se non quello in cui si respira la più vera delle romanità?

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FILETTI DI BACCALA’ a Campo dei Fiori, popolarmente noto come “Dar filettaro de Santa Barbara”. Roba che lo staff sembra uscito da un film di Steno o Monicelli, dove è sottile il confine tra un “prego si accomodi” e un “ma vedi di annà affanculo”. E a me che son nato prima di Tripadvisor, sta cosa piace da morire, diretti, senza fronzoli, romanacci, che fanno il baccalà come dicono loro e te lo magni come dicono loro, e che ti presenti con una fotocamera o una troupe Rai appresso, non gliene frega gnente, “il sabato non si fa asporto, se vuoi magnà la c’è un posto, e mòvete se no lo perdi pure, poi entra fai le foto, fa quello che vuoi, ma il baccalà stasera se magna al tavolo”. E mica male quel tavolino di legno di fronte alla chiesetta di Santa Barbara, quell’atmosfera rilassante, quasi romantica, ‘na birretta e du’ filetti.

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Bbbbbbboni! Dalla pastella irregolare, a volte un po’ poca, a volte un po’ troppa, ma classicamente saporita, e un filetto di baccalà delizioso, salaticcio, quasi cremoso, quel viscidoso buono. Nei pezzi in cui c’era la pelle penso di aver visto dio, in un ultimo indimenticabile boccone romano, prima di ritornare al Colosseo, vederlo per la prima volta di sera e ri-innamorarmi con la promessa di tornare ancora, l’anno prossimo e quelli dopo ancora. Grazie ancora Roma, mi fai sta sempre bene, st’anno ancor di più.

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PANIFICIO BONCI -> Via Trionfale 36
PIZZARIUM -> Via della Meloria 43
200 GRADI -> Piazza Risorgimento 3
TRAPIZZINO -> Via Giovanni Branca 88 (Testaccio), Piazzale del Ponte Milvio 13
FILETTI DI BACCALA’ -> Largo dei Librari 88

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Pizzeria “SALVO FRANCESCO & SALVATORE”

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Due ragazzi, tra la folla per entrare da Salvo, parlano di pizzerie. “Comm’ è bella sta pizzeria!”, dice il primo. “Mmmm…” risponde il secondo “…a me non piace assai, a me piacciono le vecchie pizzerie, quelle piccole, tradizionali e che ci rappresentano nel mondo! Questa sembra una catena di montaggio, cosa dà a Napoli?” Il primo ragazzo sta per rispondere, ma viene subito interrotto da una voce che sembra provenire da un barattolo di piennolo: “Frà…” risponde il pomodoro quasi pepetiando  “…8000 chili all’anno”.

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Fratelli Salvo. Un giorno si dirà che San Giorgio a Cremano è stata costruita intorno alla loro pizzeria. Basta passare un minuto la fuori, e capire subito che la più bella pizzeria campana illumina tutto il resto, abbellisce la piazza e la ravviva.  Francesco e Salvatore, lavoratori instancabili, e pionieri di un nuovo concetto di pizzeria, hanno creato un piccolo gioiello, un esempio. Perchè se è vero che esistono pizzerie che puntano sulla qualità a discapito dei coperti, e allo stesso modo quelle che di posti ne hanno tanti ma di qualità poca, la pizzeria dei fratelli Salvo è l’esempio brillante di come si possa fare grandi, grandissimi numeri con uno standard qualitativo enorme, in grado di raggiungere ogni palato e ogni tasca. Innovando sempre, ma senza perdere quell’anima popolare tramandata da generazioni, che ti si rivela appena entri e ha un nome e cognome: Bancariello Dei Fritti.

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Anni a tormentarmi dopo aver visto Pulp Fiction, a chiedermi cosa ci fosse in quella valigetta alla base di tutte le tarantelle del film, cosa fosse quella luce intensa, dorata, che avrebbe lasciato di stucco prima John Travolta e poi Tim Roth. C’è chi dice che conteneva l’anima di Marsellus Wallace, chi una pistola dorata, chi il vestito dorato di Elvis. Tarantino non lo ha mai rivelato. Secondo me c’era l’aurea, luccicante, magistrale frittura dei Salvo.

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Senza pazzià, è tutto perfetto. ‘E mulignanelle doce doce, dei gustosissimi – finalmente – scagliuozzi di polenta, una deliziosa e leggerissima pasta cresciuta, una frittatina da fuoriclasse. Al suo interno niente ragù, solo cotto, provola e besciamella, per un risultato incredibile. Delicata ma saporita, fragrante all’esterno grazie a una pastella eccezionale, cremosa all’interno. Standing ovation!

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Emozionante e irrinunciabile, come quelli che amo definire i miracoli di ingegneria dei fratelli Salvo: l’arancino e soprattutto ‘o panzarotto, senza impanatura. Un tormentone. Come fanno? Cosa fanno? Di che stregoneria si tratta? Li adoro, li venero, li voglio. Antipasto d’autore. Ante-pizza perfetto.

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Due forni e uno squadrone. Chi ammacca, chi concia, chi inforna. Come si è sempre fatto nelle grandi pizzerie, ma all’ennesima potenza. Velocissimi e bravissimi, una pizza dietro l’altra e una festa di prodotti d’eccellenza. Quei prodotti che i fratelli Salvo amano e sostengono, investendo nella nostra Campania e regalando al cliente una grandissima pizza alla portata di tutti.

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‘Na bontà, dall’impasto sofficissimo, di quelli studiati, ricercati e migliorati negli anni, e che conoscendo i padroni di casa migliorerà sempre. La testa di Salvatore Salvo è sempre là. Roba che te ne mangi due o tre. Roba che Francesco Salvo ‘o ngegnere, quando mi è arrivata la bellissima fritta a tavola come fine pasto, lasciando per un attimo il personaggio di cassiere sergente coordinatore, mi fa ridendo: “Egì basta, è finito tutto”. Gran dessert, Francè!

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Cicoli, ricotta, provola e pepe. Buonissima e carica di gusto, leggera che manco ve lo dico, latticini di un altro pianeta, che fanno la differenza, qui e su ogni pizza, nella frittatina e nei crocchè, per il taglio, la qualità e la consistenza in cottura. Fenomenali. Fenomenali come questi due bestioni. Andate a trovarli, non fatevi spaventare dalla fila riempi-piazza, scorre veloce. Li troverete stra-impegnati, presi, per regalare a voi una bellissima e gustosissima serata, e a Napoli una pizzeria che farà la storia.

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PIZZERIA “SALVO”
Largo Arso, 10
San Giorgio a Cremano (NA)

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Le avventure culinarie di Puok e Med | LA PIZZERIA SALVO DI SAN GIORGIO CALA L’ASSO CHE SPACCHERA’ TUTTO: LA FRITTATINA DI PASTA E PATATE 

puok e med francesco e salvatore salvo frittatina paste e patate 10

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Pizzeria “TOTO’ E I SAPORI”

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Oggi chi sente Acerra scappa. Sono i mesi della Terra dei Fuochi, delle verità riemerse, della paura del “siamo quello che mangiamo”.  Ma si sa, tiran più i media che un carro di buoi, si fa di tutta l’erba un fascio, e si rischia di rovinare un’intera economia. Non è così, anche ad Acerra c’è chi lavora con passione, entusiasmo, e prodotti di qualità. E anche ad Acerra si rischia di scoprire un bravissimo pizzaiolo, che ha fatto della pizza la sua ragione di vita, ‘na vita acqua e farina. Nome e cognome, Mauro Autolitano, pizzeria “Totò e i Sapori”.

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In una provincia spenta, addormentata, ultimamente anestetizzata, Mauro è la prova di chi amando il suo mestiere, lo trasmette con piacere. E’ gentile, attento, umile ed estremamente preparato. N’artigiano dal gran cuore e maestro dell’impasto. Quando parla di quest’ultimo spicca il marker della passione: gli brillano gli occhi.

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E dal cuore alle mani il passo è breve. Apre una cassa di panetti e già si sente quel profumo buono. Ne lancia uno sul banco, poche mosse e già si è steso. Acqua, farina e aria.

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“Come la vuoi?” mi chiede un Mauro padrone del suo forno. “Più bassa e croccante come piace in provincia? O alla napoletana come piace a me?”. La curiosità è il mio forte e la chiedo alla napoletana. Detto fatto. Un po’ di legna per alzare la temperatura, un simpatico termometro da forno per misurarla, stesura ridotta e più spazio al cornicione. Non più di un minuto in cottura. Qui a Napoli si dice “avvampata”. Col cornicione più alto, ma abbuffat’ e aria. Quindi soffice, leggero, che si scoglie in bocca. Come a dire: “Mauro, falla sempre così…”.

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“…e continua con entusiasmo a proporre nuovi gusti”, come l’ormai celebre pizza co’ mussillo ‘e baccalà. Presentata ad una sagra, è stata subito un successo. Pomodoro a ombra, olive nere, capperi, pomodorini, aglio, origano, un po’ di basilico e del buon olio a fine cottura. Esaltano il sapore del pesce senza seppellirlo, lo improfumano e lo onorano. Bbbona!

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E se questa è l’idea deliziosamente estiva, ma a mio avviso bbona tutto l’anno, c’è anche la gemella autunnale. La pizza ‘che friariell’ e a sasicc’ e pulmone. Fatta appunto di polmone e altre interiora, insaporita co’ finucchiell’ e il peperoncino, stagionata per un mese, appesa a un filo in qualche cantina scura. Mi ricorda l’infanzia e la nonna paterna, quando mi inoltravo nella stanza del forno a legna, aprivo un piccolo stanzino buio e mi gustavo la magia di quei stendini rudimentali: pancette, sasicce, salami e qualcosa di molto simile alla salsiccia di polmone, i fantastici muzzarielli e a ‘nnoglia, che da lì a poco sarebbero finiti in una bella pasta e fagioli. Ma quella, è un’altra storia.

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Una pizza ad alto contenuto paisano. Con provola, un’ombra di pomodoro e i friarielli ad accompagnarla, la salsiccia di polmone trionfa. Trionfa il gusto della ciccia, chè non fa mai male, soprattutto su quell’impasto così leggero, che tutt’attorno si gonfia ma non gonfia. Come a dire: “Mauro dacci di sapore, il tuo impasto lo permette!”.

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Che assaggi! Melanzane a funghetto deliziose; pizza Halloween con crema di zucca, pancetta e provola da mettere in pace anche gli acerrimi nemici dell’arancione ortaggio; un ripieno fritto tecnicamente perfetto, gonfio, aureo, asciutto e senza un minimo di pasta cruda. Bravò!

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Andateci! Acerra non è il male. E non lasciatevi influenzare dallo stile di quella che sembra essere una normale pizzeria di quartiere con un normale pizzaiolo. Da “Totò e i Sapori” vi è un cuore pulsante, quello di Mauro Autolitano.

(e se siete celiaci, Mauro è il pizzaiolo che fa per voi! è specializzato e ha partecipato a vari corsi, concorsi e gare per la pizza senza glutine, mi dicono sia buona anche quella)

Pizzeria “TOTO’ E I SAPORI”
Via San Gioacchino 73
Acerra (NA)

ps ma guarda tè Mauro, tiene pure la pancetta firmata con le M ❤

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Le avventure culinarie di Puok e Med | LA PIZZA “EGI” DI MAURO AUTOLITANO E LA PIZZA COL DOTTORE

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Le partite importanti

ImageMio padre è stato sfortunato. Due figli maschi, neanche un tifoso del Napoli. Io tifo Inter, mio fratello Milan. Per quanto possiamo amare la nostra stupenda città, il tifo non lo abbiamo mai considerato un simbolo di appartenenza. Il tifo è imprinting, è legato ad un amore a prima vista. Il mio si chiama Luiz Nazario de Lima, il Ronaldo del ’97-’98. Il suo si chiama Andriy Shevchenko. Ti innamori di loro, poi della maglia. E quando loro se ne vanno, rimane la maglia, per sempre.

ImagePovero papà, che ormai ci ha fatto l’abitudine, e forse forse ci ha trovato anche gusto. Napoli-Inter, Inter-Napoli, Napoli-Milan, Milan-Napoli, Inter-Milan, Milan-Inter, quante partite importanti in casa Cerrone, quante sfide interne, quanti sfottò, quante esultanze. Queste ultime imbarazzanti – per papà si capisce – quando la sua prole inizia ad esultare in territorio ostile come se fosse a San Siro, irritando sicuramente amici e parenti del viale.

Tutto bellissimo, ma c’è una cosa a rendere speciale questi partitoni. Ed è qui che entra in gioco la persona più importante della serata, la nostra donna, “mammà”. Grazie a lei – pseudotifosa del Napoli – in casa Cerrone le partite importanti significano questo:

ImageImpasta nel pomeriggio pre-partita, e mentre noi già siamo seduti sulle “seggiasdraio” da partita, inizia a prendere le ordinazioni. Belli i battibecchi con mio fratello che gliele deve ripetere tre volte; ancora più bello quando gliele segniamo proprio con carta e penna. Na’ pizzeria! Tutto organizzato, tutto è pronto. E’ l’ora rè pizze fritt’!

ImageBelle grosse, enormi, nei limiti della padella, un numero maggiore/uguale di due. Babbo mangerà anche come un “cristiano” normale, lei ne mangerà giusto una tra na’ padellata e l’altra, ma noi figli siamo ben lieti di farci del male, diamo “soddisfazione a mammà”.

ImageSui gusti poi c’è l’imbarazzo della scelta. Mamma sà e provvede a tutto: c’è cotto, salame, pancetta, wurstel, mozzarella, provola, ricotta, patate fritte, pomodoro “accunciato in padella”, basilico, e l’immancabile pepe.

ImageUno potrebbe pensare che quella nella foto diverrà una semplice cotto, mozzarella e pepe…classica e perfetta. Eh no, oltre i limiti della chiusura ra’ pizzetta, per me e mio fratello anche una bella manciata di patate fritte ( 😀 ).

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ImageNu’ poc’ e sale, ed è perfetta.

ImageOvviamente è diversa da quella fritta nelle grosse friggitrici, o nei pentoloni delle pizzerie più belle. Ma in questo caso diversa non vuol dire peggiore, vuol dire soltanto diversa. Più spessa e croccante, bollente, la “arravogli” in un po’ di carta e due secondi ti “arricrei”.  Ha il sapore di casa tua, dei tuoi ricordi, delle mille partite, di mamma. E’ buona mia mamma! ( 😀 ).

Il tempo che lei mangia la sua e si ricomincia:

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Image(la pancetta di “Gilda”, storica macelleria del mio quartiere che un giorno farà parte di questo blog)

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ImageE infine, anche dopo due/tre bestie del genere non può però mancare la regina di tutte. Puoi anche essere pienissimo, nù po’ mancà, chiude in bellezza, “t’acconcia a’ vocca”. Ve la presento:

ImageLa montanara di casa Cerrone. Nu poc’ e pummarulell’, na’ rattat’ e parmigiano, basilico abbondante e mozzarella di bufala. Profumata, saporita, semplice e regale. Ti si scioglie in bocca, con quel mix di sapori e odori che solo gli ingredienti della pizza napoletana sanno darti.

Per chiudere, posso dire che in questa casa anche il derby di Milano sa di Napoli, la mia città, la mia identità, al di là di ogni tifoseria e di ogni sport. Chi vuole cenare da me al prossimo partitone? 😀

ps ho citato tutti tranne l’ultimo arrivato in casa, che poverino quando si fanno queste cose si piazza in cucina imbambolato da tutti quei profumini:

Image(Hiro, detto “egghià, datemi qualcosa” 😀 )

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