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Pizzeria I MASANIELLI

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Leggenda narra che nella contea di Caserta ci sia un posto magico. Dove abita uno stregone che ha le mani grandi come grande ha il cuore. Su di lui si narrano mille storie, si dice passi le sue giornate in una caverna dalla porta chiusa, col suo forno, montagne di farina e leccornie dalla Campania tutta. Trasforma l’oro in pizze e le pizze in oro, e nessuno ancora é riuscito a capire come fa, con quelle mani così grosse, a regalare a compaesani e forestieri quei gioielli che solo nani e folletti di terre lontane riuscirebbero a plasmare. Questa è la storia del gigante buono di Caserta: Francesco Martucci, pizzeria I Masanielli, top 3 in Campania.
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La sua storia ha inizio in una caverna ancora più piccola a pochi passi dall’attuale dimora. Lì il giovane Francesco, leader simpaticone tra gli amici e tra gli spalti della squadra del paese, coltiva la sua passione per l’arte bianca. In quel buco a insegna I Masanielli, che oggi esiste ancora ed è gestito dal fratello Sasà, Francesco ammacca e concia, ammacca e concia, e nel frattempo studia, sperimenta, e come fanno quelli che poi diventano i migliori, gira la Campania e assaggia, si confronta, si intrufola nelle aziende conosciute e non, umilmente si presenta e umilmente si mette in gioco. Pochi anni e i Masanielli iniziano a diventare qualcuno, e piano piano la vecchia pizzeria d’asporto con qualche tavolo inizia a diventare stretta per un gigante del genere. Ha bisogno di spazi, non per lui che trascinato dalla passione si fa piccolo piccolo tra banco e forno, ma per chi inizia a voler bene a lui e alla sua pizza. Cerca una caverna più grossa, la trova a viale Lincoln, umile ma accogliente, e di nuovo piano piano spertòsa la noce. Oggi a Caserta la sua pizza è un cult, ogni sera svariate centinaia di avventori che aspettano che inizi lo spettacolo. Come Gandalf e i suoi fuochi d’artificio, Francesco e le sue pizze.
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Ricordo ancora la prima volta che andai a trovarlo. C’era Linda alla cassa, moglie e so(u)pporter, che ancora non mi conosceva. Chiesi di questo gigante leggendario e rimase stupita da un pellegrino così entusiasta. Attraversai veloce la sala gremita e spalancai la porta della caverna. Fu emozionante, c’era questo omone che accarezzava dischi di pasta, pareva tenesse dei fiori preziosi tra le mani. Si gira al mo avvento, incrocio di facce belle, e quella accoglienza quasi natalizia che manco Babbo Natale: “Oh oh ohhhhhhhhh”. Era felicissimo, e io non sapevo ancora che da li a pochi minuti lo sarei stato il triplo. Non sapevo che da li a pochi minuti avrei mangiato una delle pizze più buone della mia vita.

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Perchè le pizze di Francesco non puoi trovarle altrove. C’è troppo di lui in quella pasta, c’è troppo la sua storia e la sua esperienza. C’è la sua ricerca, in tutto. Impasto meraviglioso, se lo prendi tra le mani prima di stenderlo inizia a liquefarsi, è tutt’acqua. Se lo vuoi stendere bastano tre mosse: un tuffo nella farina, pochi secondi di polpastrelli e quando incredibilmente si è già stesa, un giro sul dorso della mano ed è pronta. Ha qualche segreto, qualche diavoleria da stregone, una sapienza intrinseca, chi lo sa, ma quell’impasto è di un altro pianeta. Superman.

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Dopo che l’ha cunciata con l’affetto che darebbe al figlio, se la gode vedendola crescere bella al forno. S’abboffa, addiventa ‘nu canotto, la legna ardente si fa compressore e da la dentro quelle pizze escono piene d’aria, belle che già le vedi e capisci che sarà come affondare un coltello nel burro. Magnifique.

Una leggerezza spaventosa. Che rinuncia un pò allo zuccherino piacere di una pizza cromaticamente più classica ma spinge la scioglievolezza oltre ogni limite. Al boccone si scioglie in bocca e si fa tutt’uno con i meravigliosi ingredienti ricercati da Francesco negli anni. Basta aprire il menù, sembra una guida Slow Food. C’è una cura maniacale per il topping, ci sono pizze favolose alle quali ogni settimana se ne aggiunge qualcuna nuova, perchè sarà capitato che Francesco avrà utilizzato l’ennesimo lunedì di chiusura per tuffarsi in un nuovo caseificio, un nuovo allevamento, una nuova salumeria, gastronomia, macelleria, da un nuovo contadino.

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E se il caro Francesco riesce a fare questo, nce sta niente a fà, è un grande e meriterebbe di essere in tutte le guide gastronomiche, rispetto e una stima infinita. Ma se è finito tra queste calorose righe è perchè mi ha conquistato con le pizze più semplici e difficili di sempre. Quelle che se ordini sempre quelle, è facile che quella è diventata subito una delle tue pizzerie del cuore: margherita e marinara. Ogni volta che torno, non ci scappa, se pure ne mangio tre queste sò le prime due. Gioielli rari e indimenticabili, un sogno. The Puok’s best friends.

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E come in tutte le belle storie c’è sempre una mamma. Fritture e presenza in cucina, “Mammà mò ti arriva ‘na pizza per una montanara”.

E che montanara. Putess’ bastà la classica pummarulella e bufala, ma solo dio sà quant’è bona ‘a montanara ‘cu amatricana. Caserta tra Napoli e Roma. Pornografia pura e festa per i peccatori di gola. Chiedetela ripassata al forno e solo con pecorino senza altri latticini. E verite che ve magnate, guanciale, pummarola leggeremente piccante, ‘a botta e furmaggio e quella pasta che pare ‘na nuvola dove tutto poggia. Mammamì.

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Caserta quindi vibra e vibra forte. Nella sua arena c’è un leone, un vero maestro. C’è Francesco Martucci, i suoi Masanielli e la sua pizza meravigliosa.

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Pizzeria I MASANIELLI
Viale Lincoln, 27
Caserta (CE)

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Egidio Cerrone

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Pizzeria “50 Kalò di Ciro Salvo”

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     50 kalò /ʧiŋˈkwaːnta kaˈlɔ/ 
            50 è il numero che nella cabala rappresenta il pane, l'impasto
             Kalò deriva dal greco e nel gergo dei pizzaioli vuol dire “buono"
             "50 kalò" vuol dire "impasto buono"

Quando ho sentito parlar di lui la prima volta, Ciro Salvo era già una star. Una di quelle star in grado di illuminare anche posti lontani dai riflettori. E l’effetto era stranissimo, un po’ come vedere Daniel Day-Lewis recitare in una fiction, un po’ come vedere Maradona giocare nel Sassuolo. Ricordo il giorno in cui decisi di andare a trovarlo, chiesi a un caro amico di accompagnarmi e la sua risposta fu seguita da un grandissimo hurrà: “Tieni in mano, che adesso Ciro arriva a Napoli”. L’ho aspettato, quando all’inaugurazione non ho potuto esserci ho pazientato, ma quando finalmente l’ho incontrato me ne sono innamorato.

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Perché Ciro rappresenta il pizzaiolo perfetto nel 2015. Lo studio dell’impasto e la continua ricerca dei migliori ingredienti lo proiettano nel futuro. L’uomo dietro la stella, la sua umiltà e il suo essere comunque così dannatamente semplice e senza fronzoli lo legano alle preziose radici del passato, quello dei pizzaioli vecchia scuola, capa ‘e bancariello. Ciro non è altro che quello che così brillantemente manipola: farina, lievito e soprattutto acqua, tantissima acqua.

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Perché l’impasto di Ciro chell’è: acqua, “pura ingegneria” e ricordo ancora con qualche brivido il primissimo boccone. Il coltello che affondava la lama come in un burro, nel cornicione che al pigiar del dito respirava ritornando nel suo stato regale, l’incredibile scioglievolezza. Alzai la faccia, guardai la mia commensale e riuscii a dire soltanto due parole: ZUCCHERO FILATO. Wow!

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E’ qui infatti, a due passi dal lungomare di Mergellina, che ho trovato la mia margherita. Il pomodoro è ‘nu zucchero, il fiordilatte delicato, l’olio una straordinaria chicca, così buono che potrei piegare la pizza a libretto e berlo, come se, insaporito da tutto il resto, sgorgasse da una fonte nella piega del cornicione. Pornografia EVO.

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Ma se la margherita (insieme alla marinara) è sempre stato il mio banco di prova preferito, da Ciro c’è da perdere la testa con l’incredibile varietà di gusti, colori, sapori. Un piccolo paradiso di pizze, uno di quei posti in cui devi progettare un piano di assaggi su scala annuale. Per sorprenderti e coccolarti, come se fosse ogni volta una nuova scoperta. A partire dai fritti.

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Dove il top è la montanara classica, così leggera che il ragù impreziosito di carne di marchigiana, il basilico e la spolverata di grana sembrano poggiare su una nuvola. Solo così la pizza fritta si fa antipasto gustoso, ambito, ordinato [mo ce vò] con leggerezza. Spettacolare, per freschezza e gusto, la variante con pancetta e burrata.

‘O llatte ‘mmocca, prima del piccolo gioiellino della casa: la frittatina. Una di quelle la cui grandezza è inversamente proporzionale alla bontà. Pecchè è piccerella, come la intende Ciro ‘nu murzillo “che deve aprì lo stomaco senza appesantire”, ma esplode in bocca grazie al delizioso cuore di ragù. Una bomba tascabile, perfetta compagna del perfettibile panzarotto provola e salame.

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Ed è solo l’inizio di un grande sogno, basta fare due passi, arrivare a bocca di forno e godersi lo spettacolo. Ciro pesca l’ostico panetto e lo ammacca come solo lui sa fare, è il “suo” impasto, è sangue del suo sangue. Al suo fianco un “conciatore”, e ammacca e cuoncia, ammacca e cuoncia le pizze arrivano al “fornaro”, che in pochi secondi le avvampa lasciandole morbide come Ciro le ha fatte. Belle, bellissime con l’aggiunta dei salumi in uscita, ‘na rattata ‘e furmaggio e l’ultimo giro d’olio. Una sequenza da guardare in loop senza mai stancarsi, di volta in volta cambiano i colori, esplodono i profumi, e nascono capolavori.

La pizza dell’Alleanza con cipolla ramata di Montoro, lardo e conciato romano, la pizza Lasagna con macinato, pomodoro e ricotta, la pomodorini e bufala, la fiori di zucca ricotta e salame, la margherita salame e pecorino, la mitica e insuperabile margherita con la nduja, quella con macinato e papaccelle, la salsiccia e funghi porcini, quella col cotto San Giovanni, la classica marinara di una bontà pazzesca che ti sembra di mangiare pomodoro appena colto e schiacciato tra le mani, la marinara con le scarole la cui freschezza è paragonabile solo alla potenza con la quale ti esplodono in bocca chiapperi ‘e aulive, quella col capocollo di Martina Franca, quella col carpaccio di manzo, l’eccezionale Ripieno Bianco che è bello, buono e giusto, la soffice pizza fritta.

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Un tempio della pizza nel cuore di Napoli, dove ‘stu disco ‘e pasta si fa sacro, lo si venera e lo si onora. Al suo interno vi è un vero, autentico maestro dalle mani d’oro, un mito, an instant classic, un uomo come tanti con una sola ambizione nella vita: fare un “impasto buono”, 50 Kalò.

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Pizzeria 50 KALO’ di CIRO SALVO
Piazza Sannazzaro 201/B
Napoli (NA)

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Egidio Cerrone

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Con mia madre sono Salvo! (ovvero come fare la frittatina napoletana a casa)

puok e med mamma wanda frittatina

Da quando mia madre si è “messa” Facebook, la mia vita è cambiata.
Perchè mia mamma è sempre stata la prima fan, la prima follower, la prima lover, di mio padre.
Da quando però è diventata 2.0, ha finalmente capito cos’era sto #puokemed,
e soprattutto perchè il suo caro primogenito, cresciuto a pane e puparuoli,
si fosse trasformato tuttanabbòtta in un giapponese che fotografa ogni cuollo di ‘mbrella.

Bèllebbuono allò è cambiata #mammà, è diventata la meglio fan di queste avventure.
Si è messa a distribuire i bigliettini da visita alle sue amiche pure se so rimaste a paint,
si legge tutti i commenti dei fan ai suoi piatti, ha cambiato completamente approccio a tavola.
Altro che papà ora, quando mi porta un piatto a tavola pare che lo sta portando a Carlo Cracco,
a mio padre mette le cozze nel piatto di plastica e a me nella zuppiera buona.
“Devi fare la foto?”, mi chiama a tavola 10 minuti prima, prima di impiattare.

E io so contento, si diverte, si svaga, è più amata di me, è una càzzo di webstar,
e certe volte, come nella storia che sto per raccontarvi, questa sua evoluzione a mamma techno
porta a sorpresone che ti lasciano a bocca aperta e ti fanno concludere con un grandissimo
e meritatissimo “Mà, hai spaccato”.

mamma puok

Con mia madre sono Salvo! è la storia di una serata qualunque di una giornata qualunque che a un certo punto si è svoltata. Perchè se torni stanco e affamato dal lavoro, apri il frigo per farti un sorso d’acqua e trovi una guantiera piena di frittatine pronte da friggere, sient’ a me, la giornata ti si svolta.

puok e med con mia madre sono salvo frittatina da cuocere

E allora ti carichi di entusiasmo, guardi tua mamma all’opera e seguendola tra uno scatto e l’altro, quasi balli insieme a lei tra tavola e fornelli. Volendole bene come sempre, ma stavolta un pò di più. Pecchè è coraggiosa, è femmena, sta provando a fare in casa una di quelle poche cose per cui da casa ci devi uscire, roba da pizzerie e manco tutte. Stima infinita, lei frigge e io mi incanto.

puokemed con mia madre sono salvo frittatina

Quella schiumarola di mille avventure e ventisei anni di cene in famiglia, il suo pentolino, la musica dell’olio scoppiettante: l’appetito vien guardando. E allò ti siedi subito, perchè sei il puokemed di mammà e ti tocca l’onore della prima: babbo, mettiti in fila.

egidio cerrone con mia madre sono salvo come fare la frittatina napoletana egidio cerrone

puok e med con mia madre sono salvo frittatina

Guardo il piatto e non mi sembra vero di stare a casa.
La frittatina è bella, irregolare e aurea come quella delle migliori pizzerie.
La apro e ne scopro la fragranza della pastella e la cremosità spinta dell’interno.
Un profumino pazzesco che ti fa tremare le mani ad ogni scatto. La fame pazzesca.
Cuore filante di mozzarella, besciamella abbondante e tocchetti di cotto.

puok e med con mia madre sono salvo frittatina

puok e med con mia madre sono salvo frittatina

puok e med con mia madre sono salvo frittatina

puok e med con mia madre sono salvo frittatina

Mordo. All’inizio un pò scettico, mamma sta giocando nel mio territorio.
Chiudo gli occhi per fare la parte e sfotterla un pò, ma due secondi e li spalanco.
Mi giro verso di lei, incredulo e colto da epifania acuta, e non so dire altro:
“Comm ‘e fatt?”, ridò un altro morso, “Mammamì mà, è buonissima, comm’ cazzo è sapurita”
“HAI SPACCATO!!!”
E lei se la ride mentre ne frigge altre, gongola. Lo sa che è buonissima. Tiene il pollice fritto.
Ma mò mi deve dire come ha fatto, io l’ispirazione l’ho capita subito, l’ho portata io a mangiare quella frittatina,
ma maiiii, da una mamma che fino a due mesi fa a stento sapeva andare su internèt,
mi sarei aspettato una risposta del genere:

“Eh, oggi stavo sbariando su Facebook, a un certo punto naggià capito come ma da Puokemed so finita sul sito dei Fratelli Salvo, ho trovato la ricetta di quella frittatina che mi è piaciuta assai, tenevo la mozzarella, tenevo il prosciutto, tenevo il latte, i bucatini e restappresso, mi so messa col tablet davanti e l’ho fatta”. 

Ispirazione top, tra le migliori tre di Napoli e quindi del mondo, la frittatina dei Salvo spacca pur rinunciando al classico interno al ragù. Mangiarla bollente può diventare una esperienza difficile da dimenticare. ‘Na crema, ‘na botta ‘e sapore. Allora scaldate i tablet, correte a fare la spesa, mettete le vostre mamme all’opera. Ecco a voi la RICETTA della mitica frittatina dei Salvo:

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Ingredienti:
– 1 noce di burro
– 90 g di farina
– 0,5 lt latte
– 250 g bucatini di Gragnano
– prosciutto cotto a dadini
– provola affumicata di bufala dop a dadini
– formaggio grattugiato
– sale e pepe
– pastella per frittura
– olio per friggere possibilmente d’oliva

Fratelli-Salvo

Elaborazione: Cuocere i bucatini e scolarli al dente. Intanto preparare una besciamella sciogliendo in un pentolino il burro aggiungendo la farina e poi il latte tiepido continuando a girare con una frusta fino a che il tutto si addenserà. Su un piano freddo amalgamare la pasta alla besciamella, insieme al prosciutto, la provola, il formaggio grattugiato, del sale e del pepe. Avremo un composto omogeneo con cui andremo a creare dei timballi utilizzando degli stampini alti almeno due centimetri. Far  rapprendere i timballi in frigo e, quando saranno ben sodi, passarli in una pastella e friggere in olio bollente.

FRITTATINA SALVO

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Egidio Cerrone

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Friggitoria “VOMERO”

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“Bà, mi dai qualcosa di soldi?”. “Tiè a papà, so uno, uneccinquanta, due euro”. “E che ci faccio cu’ sti spicci bà?” “Hai ragione a papà, ormai oggi nun’ ce fai niente, ma ra’ rett’ a me, c’e’ ancora un posto a Napoli, un posto magico, dove ci andava tuo nonno e dove ci andavo io alla tua età, aro’ pure cu’ due euro, t’ può sentì ancora ‘nu ‘rree. Arriverai a un bancone, pieno di ricchezze, e dietro di esse troverai donna Filumena. Dille di darti lo stesso tesoro che dava a me, chiedile o’ cuppetiello, vedrai che splendore, vedrai che sapore”.

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Mulignane, scagliuozzi, zeppole e panzarotti. E’ questo il tesoro che da settantacinque anni arricchisce ogni bambino del Vomero, lì, tra la funicolare e piazza Vanvitelli. Ed è straordinario vedere bambini, in un epoca in cui un euro non vale niente, che investono la loro moneta in cinque pezzi di felicità. Sarà questo il loro segreto. Alla “Friggitoria Vomero”, i fratelli Acunzo non vendono dei semplici fritti, vendono felicità.

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Alla cassa il più giovane degli Acunzo, Patrizio, simpaticone vestito da serio, quando invece è ‘nu spasso. Sa’ che in me quel bambino che guarda i fritti con gli occhi innamorati non è mai morto, e mi porta a vedere la Fabbrica della Felicità, il laboratorio della Friggitoria Vomero. Lì in segreto, nascondono Salvatore, il mitico mastropanzarottaro strappato al circo.

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E’ uno spettacolo vederlo lavorare, Salvatore non fa panzarotti, ma giochi di prestigio. Neanche te ne accorgi e tra le sue mani veloci nasce un panzarotto. Neanche nasce un panzarotto e lo vedi volare. Neanche lo vedi volare e nel frattempo ne nascono e volano altri. E vanno a finire tutti nello stesso rutelluccio, uno dietro l’altro, Salvatore fa sempre centro. Decine di anni di esperienza, mica come quando ha iniziato e ‘o mast’ gli rimpastava ogni volta i panzarotti fin quando non erano perfetti.

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A fargli compagnia laggiù, panzarotti volanti a parte, tutto l’arsenale della friggitoria. Arancini, frittatine, panetti pe’ pizze fritte, polenta pe’ scagliuozzi, e la mitica e inimitabile pasta crisciuta pe’ zeppole. Le pepite d’aria della casa, le più buone di Napoli.

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Dall’impasto alla cottura c’è la firma di Antonio Acunzo e del suo ormai cumpagniello di schiumarola Carlo, quarant’anni insieme al servizio del fritto.

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Forse è in quell’angolo che si trova tutta la poesia di questa storica friggitoria. Due amici instancabili che un po’ borbottano e un po’ se la ridono, due schiumarole, due pentoloni bellissimi e in vista. Panzarotti che si indorano, zeppole che s’abboffano, guantiere che si riempiono una dopo l’altra, per una vetrina sempre piena.

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Anche la pizza fritta è di altissimo livello. Impasto sottile ma tenace, che parlando tra di noi vuol dire che è ‘na sfoglia ma la senti sotto i denti, comm’ piace a me. Ci sono i grandi classici, provola&pomodoro, ricotta&mozzarella, ricotta&salame, ma forse forse la spunta alla grande quella con la scarola. Buonissima, ancor di più se a servirla è Lei:

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Filomena Acunzo, il mio gioiello preferito della friggitoria. ‘Na classica femmena napoletana che alterna sguardi duri a quelli più teneri del mondo. Sin da piccolo, dalle mie prime volte alla friggitoria Vomero, mi sono sempre innamorato di Filomena, del suo sguardo e di tutti i suoi movimenti, dalla preparazione del cuoppo fino a pure quann’ mette ‘o sale.

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Regina di un bancone delle meraviglie: zeppole, panzarotti, arancini, supplì, crocchè grandi, mozzarella in carrozza, scagliuozzi, pizze fritte, viennesi, montanare, spinaci in pastella e le insuperabili melanzane ‘ndurate e fritte a un prezzo commovente di 20 centesimi. Un euro e sei un re.

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Girate il Vomero, perdetevi tra i negozi e tra tutte le sue attrazioni, ma a un certo puntò vatà fermà, raggiungete quell’angolo storico e immergetevi nella sacra atmosfera del Tempio del Fritto. Imbattibile. Immortale. Popolare. Napoli ‘nda ‘nu cuoppo ❤

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Pizzeria “ÈLITE”

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C’era una volta, nell’antica Cobulteria, un magico folletto. “Pizza Time”, era il suo motto. Sempre allegro, sempre vispo, allietava col suo impasto, che paesani e forestieri, degustavan volentieri. Mille gusti, roba buona, di ricetta una sola: non è solo professione fare pizza è una passione.

Leggenda vuole che quel simpatico folletto sia ancora lì, nell’alto casertano, in quel paesino che fu Cobulteria e oggi è Alvignano. L’ho cercato. L’ho trovato e quel che fù va raccontato. Benvenuti nell’episodio di Pasqualino Rossi e della sua meravigliosa famiglia.

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Era il 1927. Il corso di Alvignano sembrava uscito da un vecchio film di Visconti, e nonna Rosa apriva un bar.   Caffè, liquori e gelati. E che gelati, c’era il mitico Spumone: un gusto avvolge l’altro in un grazioso insieme, a dar la forma le storiche bombette di stagno, cimelio di famiglia. Attrazione del paese, marchio di fabbrica del centenario bar e di quella che è oggi la bella pizzeria “Èlite”, l’arte dello spumone è passata in buone mani.

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Quelle d’oro di mamma Rita. Instancabile tuttofare, conquista prima don Mimì negli anni ’70 e piano piano tutti i paesani a suon di street food. Na’ bancarella fuori al bar, calzoni fritti, panzarotti e pizze in teglia, e il mercato domenicale aveva sempre il suo angolo di gusto. “Addù ‘onna Rita!”. Che più passa il tempo e più cose fa. Si vede subito che la cucina è il suo mondo, lì in mezzo tra il bancone e i fornelli, quasi danza. E quant’è bella.

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Che meraviglia. Pizzelle che friggono, o’ rraù ca puppulea, la parmigiana a riposare, i salumi appena affettati, e ‘na ciambella fichi e mandorle da leccarsi i baffi. Gli occhi brillano e il cuore chiama, in questa cucina c’è una nonna, e quasi fosse anche la mia, capisce subito come acchiapparmi.

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‘O ppane ca salsa, “fatta con un bel sasicciello” dice mamma Rita. Saporita e ruspante, da lì a poco avrebbe trasformato ‘na semplice pizzella nella più buona delle montanare. ‘Na nuvoletta piena d’aria, dorata, fragrante e saporita, il sugo galeotto abbraccia il fior di latte, e quel basilico profumato aggrazia tutto. Un sogno, quella di “Èlite” è una montanara che va annanz’ o’rrre!

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Accompagnata dai piccoli calzoni fritti della casa. Semplicemente caserecci e tutto sapore. Mozzarella e ricotta, ‘na bella mano ‘e pepe, e del delizioso salame a fetta intera. I latticini son da urlo e lo si sente subito.

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Dolcezza e sapidità si incontrano, ti lecchi i baffi e il sorriso si allarga. Ne vuoi ancora, quasi ci pensi, “portatene altri dieci”. Ma è saggio fermarsi, ora viene il bello, è il turno del folletto. “PIZZA TIME!”

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Che passione Pasqualino. Ricorda ancora con affetto il suo battesimo da pizzaiolo, quando nel 1996 era ancora adolescente, lavorava in sala e nel tempo libero rubava il mestiere. Fu così, che quando un giovedi sera il pizzaiolo di allora si assentò, un bambino entusiasta era pronto a sostituirlo. Ora è grande, ha più di trent’anni, ma dovreste vederlo. E’ ancora lo stesso, un bambino cresciuto, viso dolce ed entusiasmo sfrenato. Già sui social è uno spettacolo, ma dal vivo vale il viaggio. Lo osservi e capisci che forse è vero che la passione è la chiave della felicità. Lui è felice e non lo nasconde, lo condivide e lo trasmette. C’è amore da “Èlite”, nell’aria e nelle pizze. I clienti recepiscono, e già mostrano rispetto: “Pasqualì, hanno chiesto 20 pizze a fantasia del pizzaiolo”. Il bambino si è fatto maestro!

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Impasto formidabile, lievito madre e tante ore di lievitazione. Nonostante il panetto abbondante, è leggerissimo, così idratato che si scioglie in bocca e permette alla “conciatura” di essere ricca e gustosa. Pasqualino fa rete nel paese, e ci da dentro. Maialino nero casertano. Verdure dell’orto e pomodori San Marzano. I latticini del posto il punto forte, soprattutto quando misti, sulla pizza raggiungono vette di profumo, sapore e consistenza. Memorabile infine l’olio artigianale, ancora dell’alto casertano, regala sensazioni uniche, alla vista e al palato, semplicemente troppo buono. La margherita è testimone, stupefacente ed eccezionale.

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E nota a parte per la mia preferita in Cobulteria. La “Ciposmarino”, fiordilatte misto a provola, pancetta di nero casertano, cipolla ramata di Montoro, rosmarino fresco e quell’olio là. Mammamà!

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Contrasti unici. Sapori forti ma addolciti, ancora una volta dagli incredibili latticini. Per chi vi scrive, l’insieme è perfetto, alla portata di tutti. E’ di classe e di pancia, elegante e ricca, salutare e “ciccia”. “E’ mia!!!”

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Che sei bello Pasqualì! E che bella famiglia. Ma non è che dimentico qualcuno? Ah è vero, c’è quel barista-cassiere-intrattenitore-mattacchione-fratellone!

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Gianluca, il più grande, che, aiutato da un ancora vispo don Mimì, gestisce la sala e il bar con enorme simpatia, accoglienza e dedizione. Ma non lo dite a nessuno, nei tempi morti si nasconde dietro al bancone del bar con le frittatine di mammà! 😀

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E qui termina il racconto, chistù bellu resoconto, il folletto l’ho trovato, e mi sono arrigrato.

Pasqualino, Gianluca, mamma Rita e don Mimì, grazie di questa meravigliosa avventura!

PIZZERIA “ÈLITE”
Corso Umberto I 170
Alvignano (CE)

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Le avventure culinarie di Puok e Med | PASQUALINO ROSSI, STEFANO CALLEGARI E TOMMASO ESPOSITO: A’ PIZZA 82

Le avventure culinarie di Puok e Med | PASQUALINO ROSSI & SAL DE RISO: ALLA PIZZERIA ÉLITE DI ALVIGNANO E’ PURO SPETTACOLO

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Egidio Cerrone

Testo e Foto sono proprietà di “Le avventure culinarie di Puok e Med”. Copyright © 2014. Tutti i diritti riservati.

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Le partite importanti

ImageMio padre è stato sfortunato. Due figli maschi, neanche un tifoso del Napoli. Io tifo Inter, mio fratello Milan. Per quanto possiamo amare la nostra stupenda città, il tifo non lo abbiamo mai considerato un simbolo di appartenenza. Il tifo è imprinting, è legato ad un amore a prima vista. Il mio si chiama Luiz Nazario de Lima, il Ronaldo del ’97-’98. Il suo si chiama Andriy Shevchenko. Ti innamori di loro, poi della maglia. E quando loro se ne vanno, rimane la maglia, per sempre.

ImagePovero papà, che ormai ci ha fatto l’abitudine, e forse forse ci ha trovato anche gusto. Napoli-Inter, Inter-Napoli, Napoli-Milan, Milan-Napoli, Inter-Milan, Milan-Inter, quante partite importanti in casa Cerrone, quante sfide interne, quanti sfottò, quante esultanze. Queste ultime imbarazzanti – per papà si capisce – quando la sua prole inizia ad esultare in territorio ostile come se fosse a San Siro, irritando sicuramente amici e parenti del viale.

Tutto bellissimo, ma c’è una cosa a rendere speciale questi partitoni. Ed è qui che entra in gioco la persona più importante della serata, la nostra donna, “mammà”. Grazie a lei – pseudotifosa del Napoli – in casa Cerrone le partite importanti significano questo:

ImageImpasta nel pomeriggio pre-partita, e mentre noi già siamo seduti sulle “seggiasdraio” da partita, inizia a prendere le ordinazioni. Belli i battibecchi con mio fratello che gliele deve ripetere tre volte; ancora più bello quando gliele segniamo proprio con carta e penna. Na’ pizzeria! Tutto organizzato, tutto è pronto. E’ l’ora rè pizze fritt’!

ImageBelle grosse, enormi, nei limiti della padella, un numero maggiore/uguale di due. Babbo mangerà anche come un “cristiano” normale, lei ne mangerà giusto una tra na’ padellata e l’altra, ma noi figli siamo ben lieti di farci del male, diamo “soddisfazione a mammà”.

ImageSui gusti poi c’è l’imbarazzo della scelta. Mamma sà e provvede a tutto: c’è cotto, salame, pancetta, wurstel, mozzarella, provola, ricotta, patate fritte, pomodoro “accunciato in padella”, basilico, e l’immancabile pepe.

ImageUno potrebbe pensare che quella nella foto diverrà una semplice cotto, mozzarella e pepe…classica e perfetta. Eh no, oltre i limiti della chiusura ra’ pizzetta, per me e mio fratello anche una bella manciata di patate fritte ( 😀 ).

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ImageNu’ poc’ e sale, ed è perfetta.

ImageOvviamente è diversa da quella fritta nelle grosse friggitrici, o nei pentoloni delle pizzerie più belle. Ma in questo caso diversa non vuol dire peggiore, vuol dire soltanto diversa. Più spessa e croccante, bollente, la “arravogli” in un po’ di carta e due secondi ti “arricrei”.  Ha il sapore di casa tua, dei tuoi ricordi, delle mille partite, di mamma. E’ buona mia mamma! ( 😀 ).

Il tempo che lei mangia la sua e si ricomincia:

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Image(la pancetta di “Gilda”, storica macelleria del mio quartiere che un giorno farà parte di questo blog)

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ImageE infine, anche dopo due/tre bestie del genere non può però mancare la regina di tutte. Puoi anche essere pienissimo, nù po’ mancà, chiude in bellezza, “t’acconcia a’ vocca”. Ve la presento:

ImageLa montanara di casa Cerrone. Nu poc’ e pummarulell’, na’ rattat’ e parmigiano, basilico abbondante e mozzarella di bufala. Profumata, saporita, semplice e regale. Ti si scioglie in bocca, con quel mix di sapori e odori che solo gli ingredienti della pizza napoletana sanno darti.

Per chiudere, posso dire che in questa casa anche il derby di Milano sa di Napoli, la mia città, la mia identità, al di là di ogni tifoseria e di ogni sport. Chi vuole cenare da me al prossimo partitone? 😀

ps ho citato tutti tranne l’ultimo arrivato in casa, che poverino quando si fanno queste cose si piazza in cucina imbambolato da tutti quei profumini:

Image(Hiro, detto “egghià, datemi qualcosa” 😀 )

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Egidio Cerrone

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